È il tempo della responsabilità. Contro il razzismo.

Pochi giorni fa due ragazzi di pelle nera hanno subito un’aggressione razzista. Utilizzo la parola aggressione anche se gli atti di razzismo non sono stati atti di violenza fisica. Ma le parole pesanti come pietre, la discriminazione, il pregiudizio, il razzismo sono violenza contro le persone. Aggressione.

I ragazzi che hanno subito l’aggressione sono italiani, adottati. Le loro madri si sono ribellate, hanno denunciato, una di loro è la fondatrice del movimento ” Mamme per la pelle” e ha scritto a La Repubblica una lettera che ha commosso ed emozionato, suo figlio, un ragazzino in vacanza al mare a Recco, in Liguria, ha commesso il gravissimo crimine di colpire accidentalmente una signora con una pallonata mentre giocava con gli amici. La mamma di Pietro, ventunenne nato in Etiopia, ha chiesto e ottenuto giustizia per il figlio escluso da una discoteca in uno stabilimento balneare a Chioggia. Tornatene a casa tua, fammi vedere il permesso di soggiorno, qui i neri hanno rubato quindi i neri non possono più entrare.

Avrete letto gli articoli, c’è molto di più, parole come pietre, parole aggressive.

Io ho due figli di pelle nera nati in Etiopia, ventinove e venticinque anni. Quando io e il loro padre abbiamo scelto di adottare avevamo già un figlio, tra le tante riflessioni che abbiamo fatto nel tempo lungo dell’attesa c’era il pensiero che una famiglia di bianchi e neri sarebbe stata una grande opportunità di amore, di crescita, di apertura, di comprensione del mondo per tutti, per noi, per i nostri tre figli, per i nonni, gli zii, i cugini, gli amici. Così è stato. Abbiamo adottato con il CIAI, una grande e meravigliosa associazione di famiglie che ci ha preparato, ci ha offerto possibilità di confronto, di impegno allora come oggi.

Adottare due figli di pelle nera è stata una scelta che forse tanti anni fa, da giovane, ho fatto di slancio, volando sulle ali di un desiderio e anche di un ideale. Ora posso dire che questa scelta mi ha messo al mondo in un altro modo. In fondo è questo che accade, i figli, naturali e non, ci rimettono al mondo così come succede per incontri fondamentali della vita, non solo genitoriali. Ci sono incontri che ci rimettono al mondo, ci ricollocano o ci permettono di vedere con più chiarezza quale sia il nostro posto.

Nel tempo dell’attesa e delle riflessioni ci siamo posti il problema del razzismo. Forse abbiamo compilato anche qualche questionario in cui ci veniva rivolta questa domanda. Avevamo paura? No, erano gli anni Novanta e a noi sembrava di vivere in una società in evoluzione, avevamo speranza in un futuro di mescolanza, di insignificanza dei confini, di crescita della cultura progressista, di crescita del livello di umanità. Eravamo anche convinti che la nostra scelta fosse un piccolo contributo.

Siete tranquilli? Vi capita qualcosa di brutto? Lo chiedo sempre. Sono tranquilli, loro a Genova stanno bene.

Sei tranquillo? Chiedo al ragazzo del Mali che da otto mesi stiamo ospitando grazie ai progetti di Refugees Welcome. Anche lui è tranquillo.

Io chiedo sempre. Voglio essere vigile. Ho fiducia nella mia città, una città che credo antirazzista ma anche qui c’è chi aggredisce con le parole, chi brontola dietro a un ragazzo nero, chi si permette un commento mascherato da battuta scherzosa, chi impedisce l’ingresso alle discoteche.

Inutile dire che come madre mi sento esposta come loro ma so bene che loro hanno la pelle nera, loro percepiscono gli sguardi, loro ascoltano le parole, loro sono arrivati e cresciuti in un paese che ora è un paese diverso, che di giorno in giorno cambia, loro possono sentirsi improvvisamente estranei. Io, la loro madre, sono bianca.

È questo che fa soffrire noi genitori adottivi, il fatto di sapere che non possiamo condividere completamente il destino dei nostri figli, che il fatto di vivere in un paese europeo, un paese democratico, di avere un cognome italiano, un documento italiano, un titolo di studio italiano, un lavoro, ora, nel tempo del degrado che mai avremmo immaginato arrivasse, non li protegge proprio da tutto. Però, noi genitori bianchi di figli di pelle nera, siamo tanti e possiamo esprimere una forza di opinione, di solidarietà, di azione non solo per i nostri figli, anche per i figli delle donne che sono lontane e non possono essere qui a proteggere i loro ragazzi, anche per i figli nati qui da famiglie immigrate. L’unione fa la forza ed ora è il tempo di essere uniti contro il razzismo, contro l’aggressività del linguaggio, contro un’idea bestiale di territorialità.

È il tempo della responsabilità per tutti noi, nessuno escluso.

Se ascoltiamo un commento sull’autobus o per strada non dobbiamo far finta di niente, dobbiamo assumerci la responsabilità di protestare, se vediamo un ragazzo escluso da un locale dobbiamo chiedere spiegazioni, dobbiamo essere intransigenti con chi utilizza superficialmente le parole, sono tante le cose che possiamo fare, in ogni ambiente.

Non sottovalutiamo mai, non giriamoci dall’altra parte. Ne va del futuro, che è di tutti i nostri figli, senza distinzioni.

2 thoughts on “È il tempo della responsabilità. Contro il razzismo.

  1. Sono con voi , siamo con voi , siamo noi. Noi che ci facciamo 1000 domande, noi che cerchiamo di proteggere nostro figlio , noi che cerchiamo di rendere libero nostro figlio . Non avrei mai pensato che si arrivasse a questo, paura , si paura , per il futuro di mio figlio , è ora , è tempo della responsabilità contro il razzismo

  2. Grazie per un bellissimo blog, io ho una figlia con mio marito Black Britih e ho paura a venire in Italia dopo diversi episodi spiacevoli… mi farebbe piacere partecipare e condividere in qualsiasi modo possibile. grazie

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