Io e la punteggiatura

Quest’anno, sono stata invitata alla seconda edizione del Festival della Punteggiatura, a Santa Margherita Ligure. Ho partecipato a una tavola rotonda condotta da Elisa Tonani ed ero insieme ad altri due scrittori, Barbara Fiorio e Antonio Paolocci. Tema: gli scrittori e la punteggiatura.

Il mio rapporto con la punteggiatura risale all’infanzia, alla scuola elementare. Ho un ricordo ancora nitido della mia maestra delle elementari che si sofferma sulla funzione della virgola, del punto, il suo tono di voce per spiegarci il ruolo del punto interrogativo e di quello esclamativo. Un modo tradizionale, direi classico, di avviare all’uso della punteggiatura collegando scrittura e lettura.

La mia passione per la scrittura è nata dall’essere fin da bambina una lettrice, da un padre forte lettore e giornalista e dal liceo classico, dagli insegnanti che ho avuto la fortuna di trovare sulla mia strada. Sono stata abituata a dare grande valore alla punteggiatura ma appunto in modo classico e quindi con una difficoltà a utilizzarla con più disinvoltura, con capacità sperimentale.

Nel tempo, quando le mie letture si sono arricchite della narrativa contemporanea, la mia scrittura ha subito una modificazione – speriamo un’evoluzione – in una direzione di maggiore semplicità, periodi meno complessi, meno subordinate e quindi anche la punteggiatura si é alleggerita.

Io non sono una editor, la mia esperienza di lettura di testi di altri si limita a un ambito didattico, con lettura delle tesi finali all’Accademia di Belle Arti dove lavoro e con la lettura delle prove di scrittura di chi frequenta Officina Letteraria.
Leggere testi di altre persone che scrivono obbliga a un’attenzione che rende più consapevoli anche nei confronti dei propri testi, favorisce la riflessione. È quel che avviene in generale nella pratica della didattica, più si insegna più si riflette e studia e più si apprende. Questo non significa che si diventi più sicuri, la punteggiatura è qualcosa che, secondo me, ci tiene sempre nell’insicurezza, nel dubbio, ci obbliga a porci domande e ciò è un bene per la scrittura.

Quello che riscontro a Officina Letteraria è quasi una ripartizione a grandi blocchi tra le persone che quasi non fanno uso di punteggiatura (a parte il punto) e le persone che eccedono, che ritengono che la bella scrittura sia fatta di complessità, periodi lunghi ed elaborati, lessico ricercato e abbondanza di virgole e punti e virgola. `E facile incontrare l’eccesso nell’utilizzo del punto esclamativo e dei puntini di sospensione.

Non essendo io una editor, quando leggo un testo altrui cerco di essere molto vigile per riuscire a capire le intenzioni di chi ha scritto il testo. Per quanto riguarda invece il mio corpo a corpo con il testo, posso dire che quando comincio a scrivere esistono sempre un ritmo immaginato e un ritmo reale. È come nel nuoto o nella corsa, si immagina di poter coprire una distanza di avere una frequenza di bracciate, una fluidità, una velocità ma la prova reale può prevedere l’affanno, la necessità di dedicarsi a un allenamento, la coscienza di un limite, tendere a, avvicinarsi al ritmo immaginato ma non necessariamente riuscire a conseguirlo.
Quel che penso io riguardo alla punteggiatura e che appunto sostenga il ritmo che cerco e che può variare da storia a storia. Io credo di non essermi concessa molte libertà perché la mia formazione classica ha prevalso e prevale. Se c’è stato – come penso ci sia stato – un cambiamento nell’uso della punteggiatura diventando scrittrice non è stato del tutto consapevole ma spontaneo.

Nell’esperienza dei romanzi che ho scritto, non ho incontrato particolari problemi su questioni interpuntive.

Non saprei citare un episodio preciso ma in generale l’unica frustrazione che io ho rispetto alle mie stesure è riguardo alla mia tendenza a usare il discorso indiretto libero, a tenere insieme per esempio pensiero e parola di un personaggio.

Mi piacerebbe che nei miei romanzi ci fossero meno due punti aperte virgolette.

Sono anche affascinata dalle possibilità dello spazio bianco e mi piacerebbe che fosse più dentro ad alcuni miei testi, naturalmente dipende dalla storia. Il mio primo libro è un testo molto asciutto, a tratti scarno, in cui anche più spazi bianchi potrebbero avere una funzione. Negli altri romanzi proprio per il tipo di narrazione questo aspetto è meno rilevante. Potrebbe esserlo anche di più ne La distanza necessaria che ha un andamento lento e in cui il respiro è il respiro di un paesaggio, potrei dire l’aria che fa parte del paesaggio, insomma potrei anche immaginare una nuova stesura che offre spazio vuoto a quest’aria, che agisce di più sull’impaginazione.
Io ho un modo di narrare con un carattere visivo rilevante, frutto della rilevanza che questo aspetto ha nella mia vita anche professionale, quindi maggiore ruolo dello spazio bianco avrebbe anche la funzione in alcuni casi di offrire la distanza necessaria per prepararsi a una descrizione per esempio. L’attesa, il momento che precede mi piacerebbe esprimerlo così. Come un avvicinamento nello spazio e nel tempo.

Dalle parole ai fatti:

Talvolta mi piace usare la virgola, in una frase breve, come separazione da un pensiero sopraggiunto dopo. Es. Ho perfino uno studio, azzurro polvere (in Famiglia: femminile plurale). Chi racconta è Nina, sta pensando, mentre parla, dice che nella sua casa nuova ha perfino uno studio ma, subito dopo, la parola studio apre nella sua testa uno spazio di colore, appunto azzurro polvere, il colore delle pareti dello studio. Mi piace fare frasi, talvolta, composte di una sola parola e punto. Come pensieri, separati da un tempo che ha una durata. Tendo, anche nel correggere testi altrui, quando è possibile, a ridurre le congiunzioni e a sostituirle con i segni di interpunzione. Mi piace la contaminazione tra parole e pensieri dei personaggi e mi piace la prossimità (nel caso della terza persona) tra voce narrante e pensieri del personaggio.

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