Il quinto desiderio

Ho scritto questo racconto per un reading di Officina Letteraria in piazza della Meridiana, a Genova, domenica 25 settembre 2016. Avevamo tutti una consegna precisa, un binomio: cinque+cassetto. Un racconto orchestrato intorno a questo binomio.

Il quinto desiderio.

L’aveva portato su dalla cantina. L’aveva pulito, disinfettato, lucidato e sistemato in un angolo della camera, occupato da una sedia pieghevole sempre ingombra di vestiti. Era il suo posto, un tempo.

Un mobile con cinque cassetti, un settimanale diceva sua nonna. Un settimanale ha sette cassetti, precisava il nonno. Era un settimanale da settimana lavorativa – replicava lei – cinque cassetti per il cambio giornaliero dal lunedì al venerdì.

Lui abitava in quella casa da vent’anni. Aveva portato tutti i mobili dei nonni in cantina e con un solo viaggio all’IKEA aveva comprato un nuovo arredamento. Non aveva trovato un mobile adatto per l’angolo della camera così da vent’anni la sedia pieghevole sopportava il suo disordine.

La casa dei nonni ti porterà fortuna, aveva detto sua madre. Lui non si era mai spinto a pensare che la casa o sua madre portassero sfortuna però, in vent’anni, aveva cambiato più volte lavoro sempre peggiorando, aveva litigato con il suo migliore amico fino a rompere ogni rapporto, aveva iniziato e chiuso almeno tre relazioni importanti. Niente da fare, era solo, senza una compagna, senza un migliore amico, con pochi soldi e un lavoro che detestava.

Aveva la salute – ricordava sempre a se stesso – ma dopo una serie di controlli di routine, il medico gli intimò di smettere di fumare. Terrorizzato all’idea di perdere l’unica fortuna che gli fosse toccata, smise di botto, con il pacchetto a metà.

I primi giorni andarono meglio di quanto avesse sperato, poi cominciò a essere oppresso da uno stato d’ansia che cresceva occupando ogni spazio dentro di lui. La sera non riusciva a rilassarsi davanti alla televisione, né al computer e nemmeno ascoltando un po’ di musica. Pensava ossessivamente agli anni trascorsi, alla sua solitudine di quasi cinquantenne, al conto in rosso, alla laurea sprecata.

Pensava spesso anche a Livia Pieri, che abitava da due anni in un appartamento al quinto piano e che da due anni incrociava al banco dei surgelati nel supermercato in fondo alla strada, nel portone e la sera tardi, quando sui rispettivi terrazzini fumavano l’ultima sigaretta della giornata. Lui la guardava dal terzo piano e lei, dal quinto, sorrideva gentile. Mai una parola oltre il buongiorno, mai due parole sul tempo, mai in due anni – sembrava impossibile – un incontro in ascensore. Continuò a uscire sul terrazzino anche senza fumare, aspettava che lei finisse la sua sigaretta, le rivolgeva il cenno di saluto cui erano abituati. Niente di più.

Una domenica, per tenere a bada l’ansia, decise di cambiare disposizione ai mobili, di buttare via, di fare spazio, riorganizzare. Gli venne in mente di recuperare qualche vecchio mobile in cantina. Portò in casa il cassettoncino. Dopo averlo lucidato, lasciò i cassetti aperti perché prendessero aria, erano ancora rifasciati con una carta a fiori ormai scolorita. Gli venne voglia di fumare, per resistere cercò di concentrarsi su come utilizzare quei cassetti.

Decise. Recuperò il pacchetto di sigarette rimasto a metà. Cinque sigarette. Ne mise una in ogni cassetto. Ed espresse cinque desideri: un nuovo lavoro, la pace col suo miglior amico, un po’ di soldi in più per far fronte alle spese della casa, un cane, una conversazione con Livia Pieri.

Nei giorni successivi fece tutto quello che era in suo potere per realizzare i desideri: ripescò un parente lontano che gli aveva offerto un lavoro, telefonò al suo migliore amico che accettò di andare a bere una birra, mise un annuncio per affittare una stanza della casa, andò al canile e tornò a casa con un mezzo segugio dalle lunghe orecchie. Per ogni desiderio realizzato si concesse una sigaretta, la fumò godendosela fino in fondo ma determinato a non ridiventare un fumatore.
Rimanevano un cassetto, una sigaretta e un desiderio. Il tempo passava. Gli capitò di incontrare Livia Pieri nel portone e mai in ascensore, davanti al banco dei surgelati e mai nel tratto di strada fra il palazzo e il supermercato.

Una sera, lei non uscì sul terrazzino. Lui attese qualche minuto, poi rientrò. Infilò il cappotto, mise il guinzaglio al cane e uscì. Dopo un’ora, sul pianerottolo, trovò Livia Pieri seduta su un gradino della scala.

Lei lo guardò. Lui la guardò.
“Ho visto che usciva con il cane, allora ho deciso di aspettarla qui”
“Mi dica, posso fare qualcosa per lei?”
Lei arrossì. “Ho visto che è un fumatore, come me, perciò mi capirà. Ha per caso una sigaretta? Sono rimasta senza”.

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