Il giardino imperfetto 2

Ho piantato alberi, ho tolto il mio ulivo dal vaso, ora è al centro del giardino. Si merita il posto d’onore per la sua fedeltà. Gli alberi sono molto vicini e di sicuro un esperto criticherebbe gli accostamenti. Eppure convivono, li aiuto a non rubarsi la luce gli uni con gli altri, li nutro di attenzioni e parole. La mimosa è grande, l’ulivo cresce e si fa spazio. Chissà quale sarà l’albero del domani? Dice Mario che due volte l’anno mi porta l’esperienza e i saperi che a me mancano. Imparo molto da lui, gli sono grata perchè comprende e asseconda il mio bisogno di piantare, di sperimentare. È da lui- prima che dai libri di Clement- che ho imparato a osservare i movimenti del giardino, a dare importanza a piccoli gesti quotidiani: spostare un vaso di pochi centimetri, accorciare un ramo che fa ombra ad un altro, riciclare tutto, usare le foglie secche, fare il concime, utilizzare le pietre, i rami tagliati.

Piccoli gesti che non sembrano risolutivi eppure nella perseveranza il giardino ha raggiunto un suo equilibrio, ancora fragile, ha acquisito una forma anzi una possibilità di forma. Sono passati tanti anni e ci vuole ancora tempo, il giardino è un lavoro paziente dice la mia amica Daniela che nei giardini lavora e ha insegnato a generazioni di giardinieri. La natura è paziente e decisa, come Daniela, come Mario, come il mio ulivo. Come il ciliegio che era l’albero del giardino e ci ha regalato fioriture e frutti, cresciuto in una aiuola stretta, inclinato alla ricerca della luce è stato un grande ombrello per il giardino. Aspettavo i fiori con il cuore in gola e dei frutti abbiamo sempre fatto a metà con i pappagalli. Una sera d’inverno il ciliegio, che era quasi centenario, si è lasciato andare con lentezza sul terreno. Fine. Ho fatto ingrandire l’aiuola e ho piantato un fico che Mario mi ha portato, figlio di un fico dai frutti dolcissimi di un giardino in riviera al quale io avevo già donato figli del mio ciliegio. Il fico cresce e a qualche metro di distanza sta crescendo un ciliegio, figlio dell’albero del giardino, nato da un nocciolino che ha riposato per un po’ nella terra senza che io ne sapessi nulla.

Quale sarà l’albero del domani? Il fico, il ciliegio, la grande mimosa, l’ulivo tenace, il susino?

Ho atteso dieci anni che il glicine facesse i primi fiori e dodici che li facesse il lillà. Il melograno fiorisce ma non riesce a sviluppare i frutti. Il mio vicino dice: taglialo. A me bastano i fiori ma sono sicura che prima o poi ci sarà un frutto.

Ve lo dico piano che c’è anche una giovanissima quercia, che Mario pota ridendo: bonsaizziamola un po’ altrimenti qui come facciamo?! È stato il regalo di un’amica per i settant’anni di mio marito, un omaggio alla sua età, alla sua saggezza.

Ho una sola rosa, un alberello di rose bianche che fiorisce sempre, anche fuori stagione, capita di avere almeno una rosa d’inverno.

Questo è il giardino di tutte le cose, dice Mario.

Un giardino imperfetto, adatto forse a contenere tre alberi e qualche cespuglio di ortensie, un’aiuola di felci. Gli alberi crescerebbero bene, con frutti e fiori. Il giardino imperfetto è un bosco in miniatura che cresce davanti alle finestre dei vicini del piano di sopra, Enrica mi ringrazia quando fiorisce la mimosa e un signore che non conosco mi parla di là dal muro coperto di gelsomino e mi dice: aspettiamo la fioritura.

Il giardino imperfetto ora è tutto buche scavate dal mio cucciolo di un anno che corre, assaggia le prugne cadute, annusa le erbe aromatiche.

Il giardino imperfetto è abitato da un merlo e dalla sua compagna, monto la guardia affinchè i gatti non li disturbino ma ho la sensazione che in realtà li lascino in pace.

Di notte, qualche anno fa, c’erano le lucciole ma, sono ottimista, ritorneranno. Ci sono farfalle che qualche anno fa non c’erano. Ho piantato alberi in un terreno difficile, persevero in piccoli gesti quotidiani e sento che la vita pulsa, che il giardino è popolato.

Allora, ritorno al punto di partenza: l’Amazzonia brucia, i ghiacci si sciolgono, il mare è pieno di plastica. Noi dobbiamo chiedere, pretendere e la politica deve rispondere, cercare soluzioni. Non sarà il ramo che sposto ogni giorno perché una pianta abbia luce, non sarà la buca che riempio con nuova terra più fertile, non sarà la talea che faccio per dare una pianta a a un’amica che forse poi la darà a un’altra amica e così via, non sarà tutto questo ad arrestare il disastro però se quello che posso fare di sicuro non basta non è detto che non serva. Mi appendo a questo filo di speranza per dire che dobbiamo continuare a fare la differenziata, a eliminare la plastica, a scegliere il chilometro zero, a scegliere i detersivi biologici, a eliminare la carne, a ridurre l’uso dell’auto, a piantare un albero.

Non basta ma serve.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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