Cosa facevo il 14 agosto, il giorno del ponte.

14 agosto. Oggi abbiamo tutti un solo pensiero che ci riporta a un anno fa e, nello stesso tempo ci spinge verso l’anno che verrà. Questo pensiero ha la forma di un ponte.

Il ponte che è stato, che è crollato, il ponte che verrà.

Il dolore e la speranza si saldano insieme. Il buio apocalittico del 14 agosto di un anno fa, i tuoni e la pioggia e poi quel rumore prolungato e minaccioso che tuono non era, l’incredulità, lo sgomento, il dolore per la perdita di tante vite, il dolore delle famiglie, il dolore di chi doveva uscire in fretta dalle proprie case, il dolore di tutta la città. La speranza per un nuovo ponte, le parole e il gesto di un grande architetto, le parole scritte in tanti libri, racconti poesie, testimonianze e, fra pochi giorni, il libro con il racconto dei famigliari delle vittime. L’elaborazione del lutto pratica molte strade, le diverse anime della nostra città le hanno percorse e le stanno percorrendo tutte in attesa del nuovo ponte.

Tutto si salda insieme, anche le nostre storie minute. Dov’eravamo il 14 agosto? A che punto era la nostra vita quando è crollato il ponte Morandi? Prima del blackout che ha portato ciascuno di noi a pensare: avrei potuto essere io una di quelle persone trascinate via dal ponte.

Io ero a casa e avevo appena ricevuto una telefonata da una clinica veterinaria di Sampierdarena. La mia Alix era stata urgentemente operata e l’avevo lasciata senza la certezza di rivederla. Invece, aveva superato la notte e nel pomeriggio sarei potuta andare a trovarla. Poi il messaggio da uno dei miei figli. Penso di aver acceso la televisione nello stesso istante in cui l’accendevano migliaia di persone. D’improvviso, la testa vuota, il silenzio, la sospensione di tutto, anche del respiro.

Poi la ricerca convulsa dei figli, dei parenti, degli amici: dove sei? dove siete?.

Alle 14:00 avevo un appuntamento con Alix, che lottava per la vita. Non potevo mancare. La città era bloccata, i mezzi privati non potevano circolare. Un taxi ha portato me e mio marito nel punto più vicino possibile alla clinica veterinaria. Abbiamo proseguito a piedi senza incontrare nessuno, senza più pioggia, sotto un cielo già azzurro che sembrava un insulto a quanto si stava ancora vivendo. Alla clinica veterinaria il personale era ridotto, non tutti erano riusciti ad arrivare, qualcuno era andato via prima. Le persone in attesa sospiravano per i loro animali e per le notizie che consultavano senza sosta sui cellulari.

Alix era irriconoscibile, stremata dall’intervento, in gabbia, attaccata a una flebo, eppure ha sollevato una zampa e l’ha posata sulla parete della gabbia per salutarmi.

Nei giorni successivi l’abbiamo riportata a casa e abbiamo cominciato una battaglia per la salvezza. Flebo, barelle fatte di lenzuola, un po’ d’aria in giardino, un posto vicino alla finestra, cibo rifiutato con fermezza e dignità, notti insonni. E televisione accesa, immagini, parole, dolore. E contare fino a 43.

E pensare che sapevano tutto, le persone imprigionate nelle auto, nel tempo della caduta sapevano che sarebbe finita.

Pensavo a quel tempo, a quanto tempo serve per capire che è finita, mentre curavo Alix che, a differenza di me, sapeva già tutto e rifiutava il cibo gettando su di me uno sguardo di dolore e di pietà. Una domenica di sole si è alzata dal suo posto davanti alla finestra sul giardino, è corsa fuori con l’ultima energia che le restava e si è voltata a guardarmi. Il tempo di arrivare vicino a lei ed è morta.

Alix mi aveva consolato e curato, arrivando dopo che avevo avuto paura che mio marito morisse e dopo la morte di mio padre. Non avevo pianto né per la paura né per la morte. Ho pianto per lei, femmina di Cao de Agua, originaria di una terra di gente solida e ruvida come noi, i genovesi, gente di mare con i piedi ben piantati per terra. Ho pianto per Alix, ho pianto per il mio spavento, ho pianto per la perdita di mio padre, ho pianto per la tragedia che si era abbattuta sulla città.

Poi tutti dicevano: Alix è andata sul ponte dell’arcobaleno. Questa è la leggenda, il ponte dell’arcobaleno è un ponte di amore e di pace. Un ponte che unisce. Un ponte di speranza. Tutto si salda insieme.

 

Ecco cosa facevo io il 14 agosto 2018, mentre il ponte Morandi crollava.

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