Andiamo via

Andiamo via. Lo diciamo tra amici. Andiamo via dalla città, dall’Italia, forse anche dall’Europa. Fuggiamo.

Fuggiamo dalla guerra del nostro tempo, quella che ci tocca guardare e temere. Prendere un aereo, andare a un concerto, a una festa in piazza, al ristorante non sono più azioni scontate, sono scelte d’azzardo o di resistenza, secondo i punti di vista. Nessuno è più al sicuro ma, come afferma Assaf Gavron, lo scrittore della vita quotidiana in Israele, dobbiamo imparare a considerare i terroristi come singoli estremisti e a non perdere di vista che la maggior parte delle persone appartenenti alle comunità islamiche presenti in Europa vogliono soltanto vivere in pace la loro vita.

Non dobbiamo rinunciare ad andare al concerto, al ristorante o dove desideriamo e siamo abituati ad andare, al 99,99% dei casi ritorneremo a casa sani e salvi. (La Repubblica, sabato 16 luglio 2016)

“Mamma, morirò in un attacco terroristico – ha scritto una ragazza in un post che sta girando in rete, pubblicato da Berlino Magazine – Ve lo dico perché è molto probabile che ciò accada. Faccio parte di quella parte privilegiata di giovani over 20 che hanno avuto la possibilità di studiare e girare per il mondo. E non l’hanno fatto per poi chiudersi in casa”. “Morirò in questa guerra, forse”, ha scritto.

Se questa è una guerra, va combattuta così e, si sa, i più coraggiosi sono i giovani.

E se i giovani europei riconoscono che viaggiare, fare amicizia, amare, lavorare al di là dei confini è una conquista, un privilegio e scelgono di continuare a vivere la loro vita vuol dire che qualcosa questa Europa instabile e massacrata è riuscita a costruire e a insegnare, e che sarà possibile non smantellarla, ma migliorarla e saranno loro, le nuove generazioni, a farlo.

Un nuovo mondo è sempre possibile, ma ha sempre un costo.

Il costo sembra essere ora la nostra insicurezza, il costo sembra essere la necessità di cambiare modo di pensare. Più che un costo un’opportunità.
Potrei raccontare – come tanti altri – piccole storie che ci fanno immaginare il futuro lasciandoci la speranza.

Miles, dello Zimbabwe, e Nancy, scozzese, hanno venticinque anni e una bimba, vivono a Londra, studiano e lavorano, si amano, ad agosto andranno nello Zimbabwe con la famiglia di Nancy a trovare la famiglia di Miles, ci sarà una festa per la bimba.

Adama, senegalese, quarant’anni, da venti in Italia, aspetta con pazienza la cittadinanza. Ha perso il lavoro più volte e ha sempre ricominciato, ha fatto studiare i suoi nipoti in Senegal, ha aiutato sua madre e le sue sorelle a costruirsi una casa. Lui qui vive con poco. A Natale prende il treno e viene a pranzo a casa mia, è musulmano e per anni ha rifiutato sorridendo con dolcezza i salumi e il vino che mio padre anziano gli offriva dimenticandosi delle regole della sua religione. L’anno scorso ha trascorso qualche giorno del Ramadan a casa nostra. Siamo amici da vent’anni, da quando mi ha raccontato la sua storia su una spiaggia in Sardegna dopo avermi venduto un paio di occhiali con le lenti blu.

Alessandro, artista, vive a Berlino. Per la sua arte ha scelto una città e uno stile di vita essenziale. La sua compagna è spagnola, mi ha mandato la foto della loro bimba, nata da poco, italo spagnola berlinese, ha scritto.

Chris, di Capo Verde, vive in Italia da quindici anni, ha avuto due bambini con un italiano, è una donna sorridente, libera, che lavora e ama scrivere. Quando era una ragazzina, nella sua terra dove si viveva in spiaggia e in ciabatte – una vita semplice e serena che non le ha impedito di pensarsi altrove – scriveva lettere per le donne che avevano i figli emigrati.

Zene, mia figlia, nata in Etiopia, adottata in Italia, che qui si sentiva senza speranza, è partita a diciannove anni e lavora in un ristorante a Londra. Qui, invece, si ha la sensazione che ci sia un’opportunità per tutti, diceva prima della Brexit.

Le storie non sono tutte uguali, e insieme ai giovani che hanno avuto il privilegio di crescere con un’idea di Europa piena di promesse di libertà, ci sono i giovani disillusi, quelli arrivati col barcone o con un aereo, quelli che non sono riusciti a essere saldi come il mio amico Adama, quelli che dal buio di una banlieu hanno guardato le luci di Parigi e hanno covato una rabbia che oggi qualcuno sa bene come strumentalizzare.

Penso ad Alessandra che dedica la sua vita e la sua professione ai rifugiati, a Carla che da diciotto anni mantiene vivo il Suq, uno spazio di festa per tutte le culture, a Laura che ha trapiantato a Milano la Penny Wirton di Eraldo Affinati e insegna italiano agli stranieri e, a Genova, Claudia che lo fa nel quartiere della Maddalena. A tanti altri che si dedicano all’accoglienza, in luce e più spesso nell’ombra che tanto ai genovesi non importa granché essere in luce. E alle famiglie che danno ospitalità, che prendono in carico e in affido, quelle che mettono a disposizione una casa. Penso a chi cerca di capire e alle maestre che si reinventano la didattica in funzione di una società che dovrà essere diversa.

I confini vanno superati a partire dal cuore di un paese, con un movimento centrifugo che spinge verso l’esterno, che raggiunge confini più lontani che a un certo punto vengono travolti.
Il movimento per essere forza creativa e creatrice, per non diventare un vortice che inghiotte, deve interessare tutti i confini. Deve essere movimento qui e ora. Deve essere aria che circola tra le differenze linguistiche, culturali, religiose, aria tra lineamenti e corpi che si muovono diversamente, dev’essere vento che gonfia le vesti, scompiglia i pensieri e fa venire voglia di lasciarci trasportare, di volare.

Ecco, dobbiamo volare. Non fuggire.

E volare tutti, perché nessuno resti più a guardare dal buio un posto dove si fa festa senza poterci andare.

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