Su misura

Era fatto così. Misurava tutto, fin da bambino.

Misurava il filone del pane, ogni giorno, ventisei centimetri abbondanti il lunedì, ventitré il martedì, ventotto il mercoledì. La domenica – aveva riscontrato – era quasi sempre un po’ più largo e più corto, ventidue centimetri, da filone finiva per assomigliare a una ciabatta. La ciabatta, però, era più corta e piatta, si tratteneva dal comprarla e misurarla. << Moderati – lo ammoniva sua madre – la tua è un’ossessione>>.

<< Finirai al manicomio >> diceva suo padre scrollando la testa, sconcertato e dispiaciuto, quando lo scopriva a misurare le parti di lenzuolo che ricadevano ai lati del letto, dal bordo del letto al limite del lenzuolo e poi la distanza da terra di nuovo fino all’orlo del lenzuolo. Il nonno gli aveva regalato un orologio per la prima Comunione e lui era corso a prendere il metro da sarta di sua madre per misurarne il cinturino. Il giorno del diploma aveva misurato la pergamena prima ancora che il preside gliela consegnasse.

A causa di questa sua mania, in famiglia si decise che avrebbe imparato il mestiere della mamma. Diventò un sarto, per uomo e per donna perché nella cittadina dove abitava c’era soltanto la loro sartoria, tutti quelli che volevano un abito su misura si servivano lì. La sua precisione dapprima suscitò l’entusiasmo dei clienti, addirittura ne arrivarono altri, anche dalle città vicine. Come prendeva le misure lui non le prendeva nessuno, si diceva. La signora Z. raccontò che il giovane sarto le aveva misurato polsi, caviglie, collo, perfino le dita delle mani per calcolare le proporzioni dell’abito. Il signor B. fu chiamato per cinque incontri dedicati solo alle misure per il suo completo grigio fusaggine con il panciotto, un capolavoro. La signorina V. dovette sciogliersi i capelli che portava in uno stretto chignon sulla nuca, il sarto ne misurò la lunghezza per stabilire di quanto la gonna sarebbe stata al di sotto del ginocchio, non avrebbero dovuto esserci sproporzioni, nel caso lei un giorno avesse deciso di portare i capelli sciolti sulle spalle. Tra misure e prove, per consegnare un abito il giovane sarto impiegava anche tre mesi, i clienti cominciarono a protestare e a stancarsi, qualcuno fu visto entrare nel negozio di abbigliamento e uscirne soddisfatto soprattutto per la rapidità dell’acquisto.

Ogni sera, rientrando a casa, il sarto misurava il bordo del marciapiede fino al portone di casa, il corrimano della ringhiera delle scale del palazzo fino al quarto piano, dove abitava. Misurava il pezzetto di burro che buttava in padella per friggersi due uova, misurava in altezza le due dita di vino che si versava, misurava perfino il dentifricio che spremeva dal tubetto sullo spazzolino e ogni sera misurava i pantaloni del pigiama, ogni volta riscontrava una lieve differenza, appena stirati da indossare apparivano più lunghi, una differenza impercettibile ma misurabile. Quando questa lieve differenza raggiungeva un limite per lui insopportabile, buttava il pigiama nella cesta della biancheria sporca e ne sceglieva uno pulito dal cassetto, ricominciando da capo la misurazione. Abitava da solo, i genitori, pur di liberarsi di tutte quelle misurazioni, gli avevano lasciato la loro casa ed erano andati a vivere dall’altra parte della cittadina.

Quando la signorina T. entrò in sartoria, il giovane sarto rimase folgorato. Già a occhio rilevò le proporzioni perfette, la giusta lunghezza dei capelli in rapporto al busto e alle gambe, il mirabile rapporto tra le braccia e l’altezza. Desiderò misurare la signorina T. centimetro per centimetro. La ragazza chiese un abito per la sua festa di diploma, un abito leggero, estivo, né stretto né largo, né lungo né corto, con maniche tre quarti e uno scollo accennato, una cintura da portare bassa, appoggiata sui fianchi che naturalmente aveva sottili, appena accennati.

Il sarto non si tirò indietro, ci vorranno molte misure, disse quasi eccitato. Anche la signorina T. non si tirò indietro e si sottopose con gioia alle misurazioni. Il sarto procedette con metodo, il primo giorno si dedicò alla misurazione generale: l’altezza, la lunghezza delle gambe, delle braccia, del busto, la larghezza delle spalle, le circonferenze di seno, vita, fianchi.
Il secondo giorno perfezionò quanto aveva misurato il primo giorno, prese le lunghezze dall’omero al gomito, dal gomito al polso, la circonferenza del polso, la lunghezza dall’inguine al ginocchio e dal ginocchio alla caviglia, la misura dal punto vita all’ascella e viceversa, la circonferenza delle cosce. Disse alla signorina T. che non gli era mai capitato che non ci fosse anche solo una minima differenza tra una gamba e l’altra, un braccio e l’altro. La signorina T. era perfettamente simmetrica.
Il terzo giorno si dedicò ai dettagli: la circonferenza del cranio, la lunghezza del collo e del naso, la distanza tra gli occhi, la distanza tra il labbro inferiore e il mento, la distanza tra l’appoggio della narice e il bordo esterno dell’orecchio.

Il quarto giorno si dedicò alle mani, il quinto ai piedi.

Il sesto giorno, quando i negozianti e i passanti e gli impiegati dalle finestre degli uffici e le mamme che accompagnavano i bambini a scuola videro che la signorina T. entrava nel portone della sartoria, la cittadina cominciò a riempirsi di voci e pettegolezzi.

Fino a quel giorno il giovane sarto non aveva quasi mai parlato con la signorina T, l’aveva misurata, concentrato e in silenzio, sotto lo sguardo calmo di lei. Il sesto giorno le offrì un caffè con una fetta di panpepato che, appena tagliata, misurò meticolosamente. Lei osservò che la fetta aveva la forma di un trapezio e volle che lui le mostrasse lo stampo in cui il panpepato era stato cotto. Sorseggiando il caffè, la signorina T. disse che il suo solido preferito era il parallelepipedo e che impazziva per il triangolo scaleno. Quando lui le prese la mano fra le sue, la signorina T. disse che era meraviglioso che i triangoli fossero sempre iscritti in una circonferenza. Il giovane sarto la guardava rapito, la ascoltava ammaliato. Il settimo giorno chiese alla signorina T. di sposarlo, aveva già in testa la lunghezza dello strascico dell’abito nuziale.

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