Senza peso

Ho scritto il racconto Senza peso nel 2014 in occasione della mostra Dimenticare a memoria organizzata da Approdo Arcigay al museo della Commenda a Genova per ricordare l’Omocausto e tutte le deportazioni. Una serie di eventi collaterali accompagnavano la mostra, tra questi un reading di racconti di Officina Letteraria sul tema della mostra.

La tazzina del caffè, il bricco del latte, la zuccheriera panciuta con le zollette, il tovagliolo su un vassoio di peltro. La servii in silenzio mentre leggeva il giornale. Senza alzare lo sguardo disse con tono secco: << Il latte!>>

<< Prego?>>

Scostò il giornale, mi guardò dritto negli occhi con i suoi, fondi e sottolineati di nero: << Non lo voglio, non l’ho chiesto >>

<< Ma… – obiettai intimidita – lo serviamo sempre insieme al caffè, lo lasciamo sul tavolo nel caso facesse piacere >>

<< Le ripeto, non lo voglio. Lo porti via, finirete per sprecarlo e non va bene con i razionamenti di questi ultimi tempi, e poi questo bricco è orribile, chi sceglie i servizi qui? >>. Appoggiò il giornale su una sedia lì a fianco e con le mani magre e pallide spostò il bricco sul bordo del tavolino sollecitandomi a portarlo via. Risistemò anche la tazzina, la zuccheriera panciuta e il piccolo vassoio rettangolare con il tovagliolo. Il vassoio davanti, la tazzina dietro al centro e, appena arretrata e un po’ spostata a sinistra, la zuccheriera. Con il busto ben eretto e il collo rigido lei oscillò leggermente avanti e indietro, piegando la testa di lato per osservare meglio la composizione. Fu in quel momento che mi accorsi che aveva un viso triangolare e
vidi spuntare i fili argentati di una frangia nascosta dalla cloche nera che le copriva la testa e le gettava un’ombra sulla fronte. Il cappotto sbottonato lasciava intravedere un accenno di scollatura rotonda forse di un abito nero. Un collo bianco, come le mani.

<< La smetta di guardarmi imbambolata, porti via questo bricco e mi porti un posacenere, non avrebbe dovuto essere già qui, sul tavolo? >> aveva un tono sgradevole, arrossii e nello stesso tempo ebbi desiderio di schiaffeggiarla.

Tornai con il posacenere e lo lasciai sul tavolo, lei era di nuovo immersa nella lettura, aveva bevuto il caffè e aveva lasciato l’impronta color prugna delle sue labbra sul tovagliolo che ora giaceva tutto spiegazzato vicino al vassoio di peltro. Il cucchiaino era appoggiato al bordo del piattino sotto la tazzina, una goccia di caffè era colata sul tavolo, il coperchio della zuccheriera era posato lì vicino.

<< L’equilibrio è un punto, la ricerca dell’equilibrio è una linea, il caos è uno spazio. Di gran lunga più interessante, il caos, non trova?>> la sua voce tagliente mi colse di sorpresa mentre osservavo la traccia disordinata di un rapido consumo del rito del caffè, giusto il tempo di portarle il posacenere.
Sorrideva, un lampo di luce in quel volto che mi era sembrato tetro. Dall’ombra della piccola visiera della cloche il suo sguardo mi agganciò.

<< Mi hanno detto che lei disegna e mi hanno anche detto che è brava >>

<< Oh, se ne dicono di cose >> risposi cercando di radunare in fretta gli oggetti sul tavolo per portarli via.

<< Me l’ha detto Herman >> insistè

<< Herman parla troppo >>

<< Dice che dovresti prendere lezioni >> disse passando dal lei al tu.

<< Non ho tempo, non ho soldi, Herman questo non glielo ha detto? >>

<< No perché è irrilevante >> disse armando un lungo bocchino.

Quando si alzò per andarsene notai che era alta come avevo immaginato, lo scollo rotondo che avevo intravisto sotto il cappotto non era di un abito, ma di una blusa indossata su pantaloni neri che ricadevano morbidi su scarpe maschili stringate.

Non ci voglio andare, dissi a Herman. Sbagli, disse lui, tu sei un talento e lei è bravissima, non ha più un soldo, si mantiene così, le lezioni te le pago io. Sì, ironizzai, me le detrarrai dallo stipendio, lei non mi piace, con quell’aria aristocratica e i modi bruschi di chi ordina. Sbagli, disse ancora Herman, tutta un’apparenza, é una donna generosa e intelligente, viveva del suo lavoro all’ufficio municipale che si occupa dell’arredo urbano, è architetto, invece un bel giorno ha trovato la scrivania vuota e le sue cose in una scatola. Tagliata fuori perché non ha una famiglia da mantenere, al suo posto hanno messo un uomo con tre figli. Lei non sa di che vivere, lo vedi che ordina sempre e solo un caffè, è l’unica cosa che posso offrirle da vecchio amico, è così orgogliosa che non accetta mai nemmeno un pasticcino.

Herman, gli ho detto decisa, non puoi aiutarla servendoti di me. Io non voglio andare a lezione da lei. Ma in questo modo aiuto anche te, ha insistito.

Ci sono andata, per curiosità. Indossava una lunga vestaglia di seta, rossa a fiori. L’abbiamo usata come lenzuolo per coprirci dopo aver fatto l’amore. Io avevo caldo e mi sentivo le guance in fiamme ma lei tremava di freddo, era magrissima. Contemplavo il suo viso triangolare e con le mani sotto la vestaglia tastavo e accarezzavo le sue cosce asciutte, le rotule scolpite, percepivo sotto le dita la forma del bacino, le vertebre. << Potrei suonare l’arpa – dissi ridendo facendo scorrere le dita sulle costole – non mangi? Sei così povera? >>. Sollevò una mano per accarezzarmi i capelli. << Mangio poco perché prima o poi verranno a prendermi e se mi rinchiuderanno in qualche prigione mi lascerò morire, sarà più facile se sarò già sottopeso >>

Alle pareti del suo studio c’erano fotografie di nudi femminili, corpi androgini, senza un filo di grasso, di proporzioni perfette. Nuda, al centro della stanza, li osservavo sentendomi goffa e rozza, ben piantata sulle mie caviglie grosse, con i fianchi floridi ereditati da mia nonna e lo stesso seno abbondante di mia madre. Mi raccolsi di nuovo i capelli nel nodo che lei aveva sciolto. << Dovresti tagliarli – la sua voce mi colse alla spalle – corti, anzi cortissimi, sarebbe un giusto contrasto con le curve morbide del tuo corpo >>. Mi voltai, aveva di nuovo la vestaglia di seta e mi porgeva un grosso blocco di fogli e una matita: << Vediamo cosa sai fare. Sei venuta per questo, no? >> c’era un’ironia dolce nella sua voce e nel suo sguardo. La sequenza di fotogrammi del mio arrivo in quella casa attraversò veloce la mia mente: io in cima alla scala di legno, un po’ ansimante dopo cinque piani a piedi, lei nel vano della porta, con la vestaglia rossa a fiori, pallida sotto un caschetto di capelli grigi con una ciocca nera che partiva dalla scriminatura in cima alla testa e le incorniciava il viso da un lato fino a metà guancia, sottolineandone la forma con la punta del mento vertice del triangolo.

Fui io a saltarle addosso, per questo i suoi occhi ridevano mentre mi porgeva il blocco da disegno rammentandomi la ragione per cui ero lì.

<< Cosa vuoi che disegni? Posi per me? >>

<< No, figuriamoci! – rise – Incominciamo con un esercizio classico >> disse iniziando a disporre alcuni oggetti, una bottiglia, un cubo di legno, un cavallino, su un tavolo.

<< Ah no – mi ribellai – niente nature morte. Solo figure, o te o questi personaggi che hai alle pareti >> dissi sicura di me, ricordandomi compiaciuta che aveva urlato di piacere.

Si irrigidì. << Sono io l’insegnante, ragazzina. O questa composizione o esci da dove sei entrata. Teniamo ben distinte le cose, di là c’è il letto e ho visto cosa sai fare, di qua si fa altro. Abbiamo sperimentato la bellezza del caos, adesso cerchiamo un punto di equilibrio. Comincia, che si fa tardi >>.

Disegnai deformando gli oggetti, torcendoli a mio piacimento in uno sforzo di esistenza e di resistenza all’interno di uno spazio d’ombra furiosamente ottenuto con un lavoro obliquo di matita. << Non posso usare almeno qualche pastello? >> chiesi. Fu irremovibile: << Non si ha sempre tutto a disposizione, disse, bisogna saper contare sul poco che c’è e farcela con le nostre risorse personali >> disse. Buttai via il primo schizzo, lei lo raccolse da terra e lo posò sul tavolo, mi osservò disegnare, mi sembrava sorridesse del mio impeto, della mia rabbia. Due, tre, quattro schizzi, poi buttai per terra anche la matita. Basta, non è giornata, mi arresi. << Scommetto che ti piace Schiele, e anche Kirchner >> disse.

<< Sì. Posa per me, ti prego >> la supplicai pensando che lei era identica a una delle donne di un quadro di Kirchner, Berlinerstrassenszene.

<< Sei giovane, per questo ti piace Kirchner. Arte de-ge-ne-ra-ta >> scandì, ridendo. << Io preferisco Kandinsky >> aggiunse.

<< Ah sì? Anche quella è arte degenerata >>

Rise ancora, intanto si slacciava la cintura della vestaglia e avvicinava uno sgabello alla finestra. << Anche Picasso, Klee, Grosz, Beckmann, Dix, Mondrian, anche la loro, tutta arte degenerata, perfino quella di Nolde “asciutta…”, come la definisce lui, povero stupido, sorpreso di essere classificato come gli altri, lui iscritto al partito nazista >> lasciò cadere la vestaglia a terra e si sedette sullo sgabello, col busto eretto, la testa girata a offrirmi il profilo, le gambe aperte e i piedi appoggiati al pavimento solo sull’ estremità delle dita come una ballerina classica che si riposa senza smettere di allenarsi, le braccia tese e le mani poggiate sulle ginocchia.

<< Coraggio, ti do mezz’ora. Vediamo cosa sai fare e pensa a essere rigorosa, il caos si conquista cercando e sperimentando l’equilibrio, ricordatelo >>.

Mi trasferii da lei. Herman pagò le mie lezioni senza trattenermele dallo stipendio, lei mangiava poco, io avevo sempre fame. Le piaceva guardarmi mangiare. << Mangi e dipingi nello stesso modo – diceva – divori la carta, i pennelli, i modelli >>.

Lei dipingeva ascoltando la musica e misurava lo spazio di tele grandi e immacolate con segni che scaturivano dal suo rapporto con i suoni. Amava il rosso e il nero. Amava i contrasti. Mi tagliai i capelli.

Una notte mi disse di nuovo che presto sarebbero venuti a prenderla per portarla via.
<< Ma dove? Perchè? >> chiesi io turbata.

<< Dove portano tutti gli ebrei, non te ne accorgi, non lo vedi che spariscono? Non senti cosa si dice al caffè, da Herman,? Li portano nei campi di lavoro, c’è bisogno di manodopera, è un modo di reclutarla in maniera coatta. Chissà se è davvero così? >>

<< Ma tu cosa c’entri? >>. Fu quella notte che seppi che era ebrea.

<< Nessuno mi obbligherà a cucirmi la stella gialla sul cappotto, nessuno mi obbligherà a scrivere Sara sul mio documento. Sono e resterò solamente Annette. Sono arrivata a 50 chili, se dove mi porteranno non sarà dignitoso mi lascerò morire, come previsto >>.

Feci un quadro, lei era in piedi, nuda, di schiena, con le vertebre in rilievo, le scapole sporgenti come piccole ali, le caviglie sottili e fragili. Non ne fu contenta: << Imiti Schiele. Be’, sii più coraggiosa, lui c’è già stato in un altro tempo, tu sei qui ora, respira l’aria, l’aria dannata del tuo tempo >>.

La vicina di casa, la signora Schuster, bussò un pomeriggio per chiedere se per caso il postino avesse sbagliato e lasciato a noi un certo pacco che attendeva da sua sorella che stava in Baviera. Annette la tenne sul pianerottolo senza spalancare la porta. Fu educata e scostante. No, il postino non aveva lasciato nulla. Chieda anche a sua nipote, disse la signora Schuster spingendo lo sguardo all’interno fin dove io, davanti
a un cavalletto, dipingevo un nudo a veloci spatolate nere. Indossavo abiti maschili, un completo scuro e un cappello calcato in testa, lei amava giocare con i travestimenti, a me piaceva assecondarla. Aveva aperto alla signora Schuster in abito da sera. << Andate a una festa? >> domandò la vicina. << Le pare, signora Schuster, che sia tempo da feste? No, indossiamo questi abiti per posare per i nostri quadri >> spiegò Annette.
<< Lo chieda anche a sua nipote se è arrivato il pacco >> ripetè la vicina.

<< No, signora, non è arrivato. Sabine non è mia nipote, è un’allieva. L’ultima che mi è rimasta, si ricorda quanta gente veniva? Ma si sa, con la crisi che stiamo vivendo, manca il pane, chi pensa a prendere lezioni di disegno? >>

La signora Schuster se ne andò un po’ in imbarazzo.

<< Potevi lasciarle credere che io fossi tua nipote >>

<< No, lo sa benissimo che non lo sei, è stato meglio precisare >>. Andò nell’altra stanza, si vestì come al solito, tornò e per un po’ rimase in silenzio occupata a riordinare tubetti di colore, matite, quaderni. << Andrà a denunciarci. Se non lo farà lei, lo farà suo marito >> disse.
<< Perché? Non le abbiamo fatto niente >>

<< Per senso civico, per dovere morale, per fedeltà al Reich. Devi tornare a casa tua >>

<< Cosa dici? – protestai – sto qui con te >>

A metà della notte, tenendomi stretta tra le braccia, quasi cullandomi mi disse che il giorno dopo sarei dovuta andare via e che dovevo sposare Herman. Mi fermò la mano con cui volevo colpirla, la baciò e mi obbligò ad ascoltarla: Herman rischiava, prima del caffè aveva avuto un locale per omosessuali, lo gestiva insieme al suo fidanzato, grazie a una soffiata aveva chiuso il locale prima che lo obbligassero a farlo e aveva
aperto un caffè. Il suo compagno era sparito, forse ucciso o portato via. Herman non aveva mai smesso di cercarlo ma adesso correva un rischio anche lui, avrebbero potuto arrestarlo per violazione dell’articolo 175. << Sei in pericolo anche tu >> mi disse parlando piano, con la bocca a pochi centimetri del mio orecchio, come se temesse che la vicina potesse ascoltarci. << Non si occupa di lesbiche l’articolo 175 >> dissi io. << Lo so, ma alcune sono già state arrestare, per pedofilia, perversione, per motivi politici, per motivi diversi ma erano tutte lesbiche. Vogliono ignorarci, farci credere che siamo inesistenti, senza peso, perciò ci arrestano per altri motivi. Tu e Herman, sposandovi, vi proteggerete reciprocamente, vi aiuterete, cercherete di andare via, in Inghilterra o in Svizzera, lui ha un po’ di denaro e saprà come procurarsi i documenti >>.

<< Non voglio sposare Herman, non voglio vivere con un vecchio >> dissi. Scoppiò a ridere, mi baciò sulla fronte. << Bambina, anch’io sono vecchia, prima o poi mi lasceresti per una donna più giovane con un corpo più desiderabile, una mente più agile, una passione più audace. Quando sarete all’estero potrete separarvi e andare ciascuno in cerca del proprio amore. Provai di nuovo l’impulso di colpirla ma non ci riuscii, la mano mi cadde sulla sua spalla, allora la afferrai per un braccio, la tenni distesa, fui sopra di lei e mi nutrii del suo corpo magro, succhiai dai suoi seni
prosciugati l’amore che mi aveva alimentato in quei mesi di vita in comune e che stavo per perdere, accarezzai i suoi piedi affusolati, graffiai la sua schiena piangendo per non essere in grado di trattenerla nella mia vita, la amai quella notte con la furia con cui dipingevo e con cui facevo ogni cosa, con la stessa voglia di lasciare un segno indelebile della mia esistenza. Le nostre lacrime si mischiavano. << Vieni via con noi >>

<< È inutile, ho già provato a ottenere un visto per raggiungere mio fratello in America, niente da fare. Mi prenderanno ma andrò via in fretta, mi sono pesata dal dottor Keller stamattina, sono 49 chili. Non lavorerò per loro, non marcirò nelle loro prigioni, non mi potranno fare nulla, sono in equilibrio su un limite. Il mio segno ora è il punto, il tuo è una linea, devi seguirla. >>.

Ci fece da testimone insieme al suo medico, il dottor Keller. Eravamo tutti vestiti di nero, come a un funerale, lei col suo cappotto e la cloche e una borsetta rettangolare a busta infilata sotto un braccio. Herman aveva un papillon di seta e sembrava mio padre, io avevo le scarpe col tacco e il cinturino alla caviglia, un vestito scollato di voile nero con un bolero di pelliccia che lei aveva tirato fuori chissà da dove. Mi ero tagliata i capelli a spazzola, Herman esclamò “che orrore” ma sorrise e lei scrollò la testa dicendo “che bambina” ma si capiva che era divertita dal contrasto, prima di
uscire dal municipio mi porse un foulard a disegni rossi e neri perché mi coprissi la testa.

<< Ora sono più tranquilla >> disse baciandomi e abbracciando Herman, la guardammo andare via con passo lento, fumava, alzò una mano in segno di saluto senza voltarsi prima di sparire all’angolo della strada. << Oggi pesa 46 chili >> disse mil dottor Keller senza aggiungere altro.

Quando la andarono a prendere stava dormendo, era mattino presto, nel palazzo solo la signora e il signor Schuster erano svegli, nessun altro fu in grado di raccontare cosa accadde. Herman non mi permise di andare con lui a vedere la casa, troppo rischioso disse. Andò con il dottor Keller, ruppero i sigilli per entrare. La signora Schuster raccontò al dottore di aver saputo che i capi d’imputazione erano diversi, aveva rifiutato di cucire la stella gialla sugli abiti, aveva rifiutato di aggiungere il nome Sara sui documenti, aveva un comportamento antisociale, non coniugata, con una debolezza per le frequentazioni femminili, sa, aveva detto la signora Schuster al dottore, anche una ragazza forse minorenne, così almeno sembrava, se così fosse quindi c’era anche il reato di pedofilia, aveva insinuato la signora Schuster abbassando la voce.

In casa tutto era sparso, sgabelli e poltrone rovesciati, i quadri e le fotografie tagliate, le stoviglie rotte. Lo sguardo attento di Herman registrò la mancanza di alcuni oggetti: un tappeto persiano, un vassoio d’argento e il grammofono. Herman trovò una cartella con i miei disegni e me la portò, mi portò anche un quaderno di schizzi e appunti di Annette e la vestaglia di seta. Non c’era una sola fotografia in tutta la casa, Annette le aveva gettate tutte nella stufa.

Infilato nel bordo dello specchio nell’ingresso, Herman trovò un foglio su cui Annette aveva annotato il suo peso giorno per giorno.

Il 17 marzo 1941, in partenza per il campo di Ravensbruck, pesava 42 chili.

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