Scrivere la paura

Si scrive e si parla molto di paura, in questi giorni, in questi anni.
Abbiamo paura, inutile negarlo. “Ho paura, ma esco lo stesso” diceva una giovane mamma parigina in un’intervista televisiva di qualche giorno fa.

Su “il venerdi di Repubblica” della scorsa settimana ho letto un articolo intitolato Liberarsi dall’ansia riscrivendo i ricordi, un’intervista a Joseph LeDoux, massimo esperto dei meccanismi neurali alla base della paura. Tra i diversi metodi per divenire consapevoli, controllare e possibilmente attenuare le paure, LeDoux descrive anche una terapia della parola che agisce sulla parte conscia dell’ansia e valorizza le informazioni utili a disinnescare quelle erronee e irrazionali.

Ve la racconto come l’ho capita io: sembra che se evochiamo un ricordo, il ricordo di una situazione che ci ha procurato ansia o paura, abbiamo la possibilità di modificarlo aggiungendo informazioni più corrette o esperienze più positive.

Una specie di aggiornamento prima di riarchiviare il ricordo.

La scrittura può avere una straordinaria efficacia in questa direzione. Possiamo tirare fuori dalla nostra memoria un’esperienza negativa e aggiornarla, modificarla, possiamo dare a noi stessi una seconda o diversa possibilità. Possiamo parlare di una terapia della scrittura. Il valore terapeutico della scrittura è innegabile, anche quando non ci si trova in una situazione di cura. Con la scrittura si può esorcizzare, si può prendere distanza o avvicinarsi molto spostando i confini, decidendo fino a dove e fino a quando e quanto. Con la scrittura si può immaginare una soluzione differente, si possono agire tutti i sentimenti, si può organizzare il pensiero, si può dare corpo alle ombre.

Io penso che sia per questo che tante persone scrivono, la scrittura fa parte della necessaria e costante ricerca di sé. A Officina Letteraria, la scuola di scrittura che coordino, vengono tante persone, alcune hanno un progetto di scrittura in testa o già cominciato, alcune vogliono provare ad arrivare alla pubblicazione del loro libro, tante altre vengono per ragioni svariate, tutte interessanti, uniche e profonde.

Io amo i libri di Don Delillo e, ragionando in questi giorni sulla paura così presente e vicina dopo i fatti di Parigi e quelli recenti di Bruxelles, ho ripensato a L’uomo che cade, uscito nel 2007 (Einaudi). Nella storia, Lianne tiene un corso di narrazione a New York per uomini e donne allo stadio iniziale del morbo di Alzheimer. Lianne li sollecita a scrivere i loro ricordi.

Si addentravano in se stessi, trovando racconti che si dispiegavano e incespicavano, e sembrava così naturale farlo, raccontare storie su di sé. Siamo nei primi tempi dopo l’11 settembre 2001 e c’era un argomento di cui tutti volevano scrivere, con insistenza, tutti quanti tranne Omar H. Lo rendeva nervoso, ma alla fine acconsentì. Volevano scrivere degli aeroplani.

Ecco, dobbiamo scrivere della nostra paura, scrivere cosa proviamo davanti alle immagini di Bruxelles o di Lahore, scrivere cosa pensiamo quando siamo in una stazione o in un aeroporto. Dobbiamo scrivere, anche se fermare certi pensieri ci rende nervosi.

castelli-sabbia-rabbia

3 thoughts on “Scrivere la paura

  1. Gentile Signora Marasco,
    interessante questa sua riflessione sulla paura. Col passare degli anni ho paura di molte cose: che possa accadere qualcosa ai miei figli, a mio marito e alle persone a cui voglio bene. Ho paura di guidare in autostrada ma anche se nevica o piove a dirotto perché temo di perdere il controllo e anche se ho fatto anni di psicoterapia non sono riuscita a superare tutta questa paura. La prematura e violenta morte di mia madre avvenuta quando avevo 30 anni mi ha reso molto vulnerabile e sensibile nei confronti della malattia e della morte. Leggere i quotidiani, ascoltare le notizie di attentati terroristici, di guerre, di disastri ambientali e di morte in genere non fa che alimentare l’ansia e quella sensazione che qualcosa di incontrollabile stia per succedere. Ho provato a scrivere queste mie sensazioni ma faccio molta fatica perché mi viene un forte mal di testa e nausea che mi costringono a interrompere. Ha qualche consiglio da darmi? La ringrazio, cordiali saluti. Cinzia

    1. Gentile Cinzia,

      la ringrazio per avermi scritto e anche per la fiducia. La paura che lei descrive così bene, nelle diverse forme dalla sottile ansia alla crisi di panico, credo sia una scomoda compagna di molte donne. La prerogativa femminile, accentuata nelle donne che hanno figli, di “tenere tutto insieme” e di mantenere il controllo sulla molteplicità delle situazioni della vita ha spesso un costo di stress e di ansia. Capita anche a me e stamattina, rispondendole, mi piacerebbe avere qualche consiglio da far uscire magicamente da un cilindro. Posso però dirle che nel tempo ho imparato che parlarne fa bene, esercitare l’autoironia fa ancora meglio. Parlarne aiuta a trovare qualche alleato, un compagno, un’amica, qualcuno che sappia ascoltare. Parlarne fa uscire allo scoperto anche le paure degli altri, si scopre di non essere soli, strani o più fragili.

      Scrivere aiuta, perché la paura è un’emozione e mette in moto pensieri che consegnati a una pagina assumono altre forme. La pagina è uno spazio diverso da quello interno a noi stessi e anche da quello esterno, è uno spazio “altro”. Possiamo così osservare le nostre paure da una certa distanza. Appunti, frammenti, un diario saltuario, ciascuno trova il proprio modo per scrivere.

      Le auguro di riuscire a scendere a patti con la sua paura.

      Emilia

  2. Gentile Signora Emilia Marasco,
    domani ci conosceremo e non penso che legga prima dell’appuntamento che abbiamo per le cinque e mezza quanto le sto scrivendo. A me scrivere fa paura, scrivere mi porta a scavare e non a prendere le distanze; ad entrare più dentro ciò che temo, che mi ha lasciato tanta sofferenza. Io ho perso il mio unico figlio nell’aprile 2013, aveva 14 anni e a dicembre ne avrebbe compiuti 15. E’ morto dopo circa quattro anni di malattia. La diagnosi è arrivata a maggio della sua quinta classe primaria, quella che un tempo si chiamava scuola elementare. Da subito, speranze di guarigione zero. Osteosarcoma, quarto grado, metastatico… il peggio del peggio. Mi è stato detto da psicologhe competenti che esistono lutti non elaborabili e la morte di un figlio in giovane età, a maggior ragione se figlio unico, è tra i lutti non elaborabili: si può chiudere il cassetto ed avere la forza a periodi di ignorarlo o quasi; ma quando si riapre, dopo un mese o dopo anni ed anni, ciò che vi troviamo è esattamente identico. Mio marito non ha Fede ed io sì. Per tale motivo sono considerata “più fortunata” di lui: lui crede che suo figlio non esista più ( così dice) e perciò soffre sicuramente più di me. Ciò è dato per scontato da persone credenti, agnostiche, atee. Invece lui ha ora un suo, precario forse, equilibrio e si è costruito la sua vita un po’ spensierata fuori dalle mura domestiche. Non so di preciso cosa abbia dentro, so solo che tra noi c’è un vuoto enorme e non ci si abbraccia più. Io credo, sono cattolica ( mio marito ha cercato di convincermi che da voi sarò odiata ed emarginata per questo, per cui sarebbe meglio evitarvi), d’accordo. E perciò io soffro di meno? Ma cosa ne può sapere la gente di cosa io abbia dentro, dei miei pianti sempre consumati da sola? Io credo che mio figlio sia in Paradiso, ma forse per questo non mi manca? Io non penso “un giorno ci rincontreremo”; non mi consolo così. E mi chiedo perché ci siano persone che dichiarano ” forse c’è qualcosa dopo, forse no, chissà” ; eppure dialogano con i loro morti, parlano con loro, hanno un rapporto. Io “fortunata” invece non sento la presenza di mio figlio, non riesco a parlare con lui…Ho tentato più volte di scrivere la sua storia ma mi fermo dopo poco: non è liberatorio, non è catartico, tutt’altro. E se racconto di lui a voce ormai “vado in automatico” in quanto ciò che dico è sempre lo stesso, ho un copione a cui rimango fedele ( pur se compio digressioni ). Resisto, non voglio parlarne, ma o proprio subito, o dopo, ne parlo ed in modo logorroico; non per sfogo: mi viene fuori, non riesco ad evitarlo. Sembro a volte distaccata, mi concentro sul positivo, mi soffermo su ciò che di bello abbiamo vissuto insieme anche in quegli anni; faccio anche battute, scherzo! E se narro la sua sofferenza tengo le distanze… ma a scoppio sempre ritardato poi la sofferenza mi invade. Quindi ho molta paura anche per domani. Sono già in ansia. Potrei essere come Fantozzi, salivazione azzerata compresa; mi capita e mentre mi osservo dall’esterno accentuo ancor più il disagio ed il nervosismo, mi odio. Ora corro a letto: sarà una notte buona o insonne? Non lo so mai. Antonella

Lascia un commento