Prima copia, primo Post.

E una mattina – pochi giorni fa – è arrivata la prima copia di Volevamo essere Jo.

La prima copia è la prima – almeno così immagino – uscita dai confini di Segrate, è arrivata con un corriere e si è posata sulla mia scrivania come portata dalla cicogna.

Toccare il proprio libro, averlo in mano, sentirne il peso, accarezzarne la copertina è sempre un’emozione.

La copertina mi piace, mi è piaciuta subito quando mi è stata proposta e mi piace adesso che il libro c’è, ha anche la preziosità del corsivo realizzato da Francesca Biasetton e stampato in blu, leggermente in rilievo. Non lo sapevo finché non ho potuto accarezzarla.

Dopo aver annusato, toccato, soppesato, ho aperto il libro.

Sulla prima pagina ho trovato un post-it con una frase affettuosa di Marilena Rossi, curatrice della narrativa italiana Mondadori, poi il frontespizio, la dedica, le citazioni, il prologo, i capitoli, l’epilogo, i ringraziamenti che, questa volta, si chiamano backstage.

Poi ho commesso l’errore di leggerlo. Non si deve. Al massimo leggiucchiare qua e là. Se si rilegge, si pensa:

“Qui avrei dovuto tagliare ancora, qui avrei dovuto usare un’altra parola…”

e così via fino alla fine dove si arriva angosciati.

Per fortuna ci sono alcuni lettori privilegiati, quelli che hanno il PDF, perché scriveranno una recensione sul loro blog o dei quali mi interessa il giudizio. Sono loro ad avermi liberato dalla ragnatela dell’angoscia mandandomi segnali incoraggianti.

Regola numero uno: una volta pubblicato, mai rileggere il proprio libro.
Regola numero due: cominciare a pensare al prossimo libro.

La regola numero due sarebbe facile da applicare se un libro, una volta pubblicato, potesse mettere le ali e volare da solo. Invece occorre aiutarlo e l’autore, anche quando pubblica con un grande editore, è il primo a doversi buttare in questa avventura. Una bella avventura. Insieme al libro si visitano città, si conoscono persone nuove e si ritrovano amici lontani, si scoprono librerie, biblioteche, centri culturali, associazioni, ristoranti e caffè letterari. A volte si parla davanti a un bel pubblico a volte davanti a cinque persone, ma è un bel pubblico lo stesso perché di solito con quei cinque si rimane in contatto.

Insomma, tempo per scrivere ne resta poco, almeno a me che non vivo di scrittura (condizione comune a moltissimi scrittori) e quindi devo anche lavorare e vivere, perché per scrivere – ricordiamocelo sempre – bisogna vivere.

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