Il lungo viaggio di nonna Lena

Lena era andata a vivere in mezzo alle montagne da ragazzina, quasi alla fine della guerra, dopo che le avevano ucciso il padre e lo avevano gettato in mare e dopo che la madre era morta per il dispiacere, di crepacuore sussurravano i parenti, gli amici, i vicini di casa. Una mattina il mare aveva sputato il corpo del padre di Lena sulla spiaggia, era irriconoscibile ma si riuscì ad accertarne l’identità per quella mano senza due dita, il marchio di reduce della guerra che il padre di Lena si era portato a casa. Lo seppellirono senza tante cerimonie. Dopo il funerale, Lena andò sulla spiaggia. Cercò il punto in cui avevano trovato suo padre e cominciò a smuovere la sabbia con i piedi nudi, scalciando con forza. Quando le sembrò di aver esaurito la rabbia, si lavò i piedi in mare e tornò a casa, cacciò poche cose in uno zaino e andò a prendere la corriera per raggiungere il paese dove abitava sua zia. La corriera si inerpicò su una strada in salita tutta curve, Lena sapeva che c’era un tornante oltre il quale non sarebbe stato più possibile vedere il mare. Poco prima di quella svolta girò la testa e con gli occhi stretti in due fessure guardò la striscia azzurra, quel che restava di un’infanzia trascorsa sulla spiaggia, in mezzo ai pescatori, con la pelle che sapeva sempre di salino, con la fantasia che seguiva lo sguardo oltre un orizzonte che nutriva il suo desiderio di scoperta e di viaggi. “Quando sarò grande andrò in America con la nave” dichiarava. Suo padre rideva, le scompigliava con la mano buona i capelli perennemente umidi e diceva: “In America! E lasceresti il tuo papà per andare in America? E cosa ci vai a fare in America?”. Pensando a suo padre, Lena guardò il mare per l’ultima volta prima di salire tra le montagne. “Io, il mare non lo voglio vedere mai più” giurò a se stessa cacciando in gola le lacrime.

“Quando sarò grande andrò in America con la nave”

Ora Lena ha novant’anni, dal paese di montagna non si è più mossa. Ha sposato un bravo ragazzo, ha fatto tre figli maschi che ha allevato con i prodotti del suo orto e il latte delle sue capre. I figli, una volta cresciuti, sono andati a vivere e a lavorare nella città sul mare dalla quale lei era partita. Lena non è andata mai a trovarli, non ha mai visto le loro case, non ha accettato di trasferirsi vicino a loro quando è rimasta vedova. I figli si sono rassegnati e appena possono imboccano con le loro auto la strada tutta tornanti per andare a trovare quella madre ostinata, fedele a una rabbiosa promessa fatta a se stessa. D’estate le lasciano i bambini e lei quando arrivano li abbraccia e annusa quelle loro teste che sanno un po’ di salino.
Lena è vecchia ma ha gambe buone e braccia ancora forti, solo lo sguardo è ormai velato. “Diventerò cieca?” chiede al medico del paese. Lui allarga le braccia: “Lena, per saperlo con certezza e sapere se puoi essere operata devi andare in città”.

“Diventerò cieca?”

Lena non pensa a recuperare la vista ma da un po’ di tempo ha un desiderio: non vorrebbe perderla prima di aver rivisto il mare. Da quando i suoi occhi non riescono più a riempirsi di forme certe e anche i lineamenti dei suoi figli e dei suoi nipoti sono offuscati, il mare ha cominciato a riempirle i pensieri. Una domenica, a pranzo, lo dice ai figli, alle loro mogli e ai nipoti. Il figlio maggiore l’abbraccia di slancio, tutti fanno festa alla notizia e cominciano a organizzare una spedizione per riportare Lena sulla spiaggia di sabbia dove è cresciuta.

Si decide per una domenica di giugno, poi Lena dormirà a casa di uno dei figli e se vorrà potrà fermarsi qualche giorno e fare la visita oculistica di cui ha bisogno. “Ci devo pensare – dice lei – la cosa più importante per me è vedere il mare, la sola cosa che voglio fare prima che sia tardi, prima di morire, però mi ci dovete portare al mattino presto”.

Tutto è pronto, organizzato nei dettagli. Un sabato, Matteo, il figlio più giovane di Lena, e Anna, sua moglie, salgono al paese tra le montagne. Aiutano Lena a riempire una piccola valigia, preparano tutto, decidono che la sveglia, la domenica, sarà alle cinque. C’è anche Arturo, il nipote preferito di Lena, quello rimasto senza sorelline o fratellini, il più silenzioso. In macchina Lena non vuole stare davanti, si siede sul sedile posteriore vicino ad Arturo. Quando cominciano i tornanti, Lena conta a fior di labbra, si ricorda ancora il numero esatto di curve e sa che c’è un tornante oltre il quale comparirà la prima striscia sottile di mare. “Sono settantacinque anni che non faccio questa strada” dice. “ Ma come è possibile nonna? Mai una volta?” si stupisce Arturo.

“Sono settantacinque anni che non faccio questa strada”

“Mai una volta. Ho partorito tre figli in casa e grazie a Dio non ho mai avuto bisogno dell’ospedale. Il nonno è morto d’infarto mentre aggiustava la stalla, lo sai, e non c’è stato bisogno di portarlo fuori dal paese. Arrivando in montagna da ragazzina ho giurato che non avrei più rivisto il mare e non sono più scesa sulla costa. Ho la testa dura, io.”.
“E un grande dolore” aggiunge Anna voltandosi appena.
“Anche quello col tempo diventa duro come la pietra di queste montagne” dice Lena posandosi una mano sul petto, nel punto del cuore. Il cuore di sua madre si era incrinato fino a rompersi, il suo si era indurito sotto la corazza di una promessa. Nessuno aveva aiutato Lena a liberarsene e la vita aveva avuto un suo corso, lontano dal mare.
Poco prima del tornante decisivo, Lena afferra la mano di Arturo: “Artù, stammi vicino. Per nonna è difficile questa cosa. Ora chiudo gli occhi. Il mare lo voglio vedere solo quando saremo in spiaggia. Guidami tu”. Lena chiude gli occhi e Arturo lascia che gli tenga la mano stretta stretta, anche se gli fa un po’ male.
Ai bordi della spiaggia c’è tutto il gruppo ad aspettarli, Lena scende con gli occhi chiusi e Arturo la guida come se fosse già cieca. Il gruppo di figli, nuore, nipoti, pronto a festeggiare la nonna, ammutolisce. Arturo oltrepassa il gruppo e guida la nonna. Gli altri seguono a pochi passi.
Lena si ferma per sfilarsi le scarpe, emette un piccolo gemito quando affonda i piedi nella sabbia tiepida. “Andiamo Artù, andiamo avanti, vicino al mare”.

“Andiamo Artù, andiamo avanti, vicino al mare”

Camminano lenti, gli altri dietro. Si sente il respiro di Lena, un leggero affanno. Arturo la guarda, la nonna respira con la bocca aperta e le narici un po’ dilatate, gli stringe più forte la mano e anche se gli fa un po’ male Arturo non ci pensa perché d’improvviso ha la testa piena di frammenti di conversazioni ascoltate fin da quando era molto piccolo, e ritrova la sensazione strana del naso della nonna che frugava nei suoi capelli alla ricerca dell’odore salmastro e pensa a cosa succederebbe a lui se non potesse più vedere il mare. Si accosta al corpo della nonna e le dice: “Andiamo nonna, senti che buon odore ha il mare. Vicino al tuo piede c’è un giglio che spunta dalla sabbia, se fai piano non lo calpesti” . Lena sorride: “L’ho sentito Artù, l’ho sentito”. E anche se ha gli occhi chiusi, Lena riesce a vedere il bianco del giglio e il verde tenero del suo stelo che buca la sabbia dorata.
Vanno avanti, lei e Arturo, per mano. Gli altri restano indietro e li osservano, i figli di Lena trattengono quasi il respiro, Anna abbraccia Matteo.
Lena ora sente la sabbia più compatta e umida sotto i piedi. “Nonna, siamo vicini al mare, è calmo stamattina ma forse l’onda ti bagnerà i piedi. Ora, puoi aprire gli occhi”.

“È calmo perché mi aspetta” dice Lena.

Un tempo lunghissimo. Silenzio.
Il gruppo resta alle loro spalle. Arturo e la nonna appaiono come le figure solenni di un rito in uno spazio che nessuno si sente di violare.
Un tempo lunghissimo. La nonna vestita di nero, con il fazzoletto in testa, le caviglie grosse e Arturo, esile, con la sua testa bionda, la maglietta azzurra, i calzoni corti, la pelle abbronzata.
Infine si voltano. E gli altri li vedono. Gli occhi azzurri di Arturo sono velati quasi come quelli della nonna. Lena, con lentezza, tira fuori un fazzoletto candido dalla tasca del golf, si china ad asciugare le lacrime del bambino, poi si passa il fazzoletto sul viso bagnato e sorride alla sua famiglia e alla spiaggia della sua infanzia.

“Il lungo viaggio di nonna Lena” è stato pubblicato su Il Secolo XIX il 6 agosto 2017.

adama

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