Adama – Parte 2 di 4

 Àdama

Una storia normale

Illustrazione di Giulia Pastorino per Adama

CINQUE

“Cosa sai fare?”

La domanda dell’operatore del sindacato – ufficio immigrati – piomba su Àdama come un masso. Lui, prima di rispondere, si appoggia bene allo schienale della sedia e posa le mani sui braccioli.

Betta, mia sorella, che ci ha accompagnato dal suo amico del sindacato, gli sorride incoraggiante.

Cosa sapevo fare io, a vent’anni? Mi chiedo, immedesimandomi. Poco, quasi nulla. Se fossi stata costretta a trasferirmi in un paese straniero, sia per la scarsa conoscenza delle lingue sia per le altrettanto scarse competenze non avrei avuto molte possibilità di trovare subito un lavoro.

“Che esperienze hai? Muratore, cameriere, sarto?” incalza l’operatore. È un senegalese di una trentina d’anni, ha l’aria di essere cresciuto in Europa o di viverci da molto tempo. Parla benissimo l’italiano, con un leggero accento francese. Ha modi gentili ma sbrigativi, si vede che è abituato a mirare dritto al cuore dei problemi.

“So pescare, so fare tutto quello che c’è da fare su una barca per la pesca. Facevo questo a Joal” risponde Àdama calmo ma visibilmente intimidito.

“Ho capito ma devo dirti che, anche se qui c’è il mare, trovare un lavoro nella pesca è difficile. Forse avresti dovuto cercarlo in Sardegna”.

Àdama scuote la testa: “No, è difficile anche là”.

“Se non sai fare qualcosa di specifico, ci vuole più tempo per un lavoro, deve capitare un’occasione. Io ci penso, mi scrivo tutti i dati. Tu aspetta qualche giorno e se non mi senti, chiama. Questo è il mio numero” gli porge un foglietto che Àdama prende e infila in un portafoglio gonfio di bigliettini e pezzetti di carta”.

Tutti gli allunghiamo un foglietto con un numero, penso.

“Sei arrivato ora e anche se sei in Italia da due anni, qui non sei a Carbonia. La città è più grande, ci sono tanti immigrati, tanti senegalesi. Devi stare attento a chi dai confidenza. Se non conosci bene, anche con i senegalesi stai attento. Gli spacciatori ci sono anche tra i fratelli quindi se tu senti dire qualcosa su un paesano, se non sei sicuro di lui, se lo incontri saluti ma non ti fermi a parlare. E devi rispettare le regole, osservare bene come si vive qui, perché non sei al paese. Devi essere te stesso ma devi anche imparare a vivere qui”.

Àdama stringe le labbra, ascolta, annuisce, è teso.

Usciamo, camminiamo per un po’ in silenzio nel vento di un pomeriggio autunnale, sotto un cielo pesante di nubi. Nello sguardo di Àdama c’è un’ombra scura che sembra il riflesso del temporale imminente.

Mia sorella Betta lo osserva e si capisce che sta rimuginando qualcosa. “Stasera ti telefono” mi dice quando ci separiamo.

Mi chiama dopo aver convinto Mimmo a far lavorare Àdama. Ci ritroviamo di nuovo e scortiamo Àdama nel cantiere di un grande appartamento in ristrutturazione.

Mimmo esce da una stanza in fondo a un corridoio scrollandosi di dosso la polvere, stringe la mano ad Àdama, sistema quattro sedute di fortuna – una sedia, una scatola di piastrelle e due latte di colore – tira fuori un pacchetto di sigarette che fa girare per chi voglia fargli compagnia, tira fuori un accendino, si accende una sigaretta, comincia lento a fumare. Poi aggancia lo sguardo timido di Àdama e gli chiede: “Allora, cosa sai fare?”. Betta si lascia andare a un gesto spazientito, Àdama sorride e risponde: “Niente ma imparo. Io posso lavorare, credimi”.

“Ne sono sicuro – continua Mimmo – ti ho chiesto cosa sai fare per avere un’idea del tempo che devo impiegare a insegnarti, visto che qui il cantiere è avviato e abbiamo delle scadenze da rispettare. Si vede che sei uno serio. Imparerai, tutti abbiamo imparato da qualcuno”. Mimmo parla senza liberare lo sguardo di Àdama. È un muratore esperto, ha cominciato il mestiere che era un ragazzino, a vent’anni era in Inghilterra in una comune e lavorava, ha fatto molte esperienze e conosciuto tante persone, osserva Àdama con attenzione e sembra percepire con esattezza il suo stato d’animo.

“Dammi tempo due o tre giorni e poi cominci. Guarda che devi arrivare puntuale, ricordatelo. E ora vieni che ti presento gli altri “. Se lo porta nella stanza in fondo al corridoio che sembra essere il cuore del cantiere. Sappiamo che stringerà la mano a un giovane riccioluto, con gli occhiali, che canta sempre mentre lavora e nel tempo libero pratica la capoeira e a uno alto e silenzioso, un po’ più vecchio, che lavora sei mesi l’anno e negli altri sei mesi gira il mondo in bicicletta.

Dopo giorni di nuvole rivediamo il sorriso di Àdama.

Quando usciamo Betta gli dice: “Àdama, ti avverto così non hai sorprese, Mimmo è un uomo buono ma sul lavoro è esigente, se si arrabbia è capace di urlarti di tutto, di cacciarti via anche se poi ti corre dietro per riprenderti. Quindi puntuale, e cerca di imparare perché lui è davvero bravo”.

“Non ti preoccupare Betta – risponde Àdama senza spogliarsi del sorriso – io imparo e se Mimmo si arrabbia non mi preoccupo. Sono uno tranchillo, io”.

“Tranquillo, Àdama, si dice tranquillo!” lo correggiamo in coro.

Si ride. È un mezzogiorno di sole.

SEI

Una parete della nostra cucina era tappezzata con i disegni dei nostri figli: io con un lungo abito viola in un ritratto firmato da Andrea, l’autoritratto di Tilahun in mezzo alle sue due mamme, quella etiope e quella italiana, diverse rappresentazioni della famiglia con un papà alto più degli alberi del paesaggio e la cagnolina Pimpa, la villa Gruber, leoni, tigri e la Sirenetta. Metà donna e metà pesce? Ha chiesto, stupito, Àdama che amava soffermarsi sui disegni attaccati al muro. Una sera, dopo cena, gli ho raccontato la favola di Andersen e solo la forza di attrazione della partita del Milan in televisione lo ha strappato alla magia della favola. Con disappunto di Dino e di Andrea, Àdama era milanista. Un mistero come lo fosse diventato, Dino però ha finito per regalargli la maglia della squadra che lui desiderava tanto e se c’era la partita del Milan da vedere in televisione, lo invitava e poi lo riaccompagnava a casa in auto così prolungavano i commenti. La vita di Àdama sembrava aver preso una forma più stabile. Noi avevamo molti progetti, primo fra tutti un cambiamento di casa. Avevamo presentato una nuova domanda di adozione e, con tre figli, avremmo avuto bisogno di una casa più grande.

“Emilia, questo ragazzo non è adatto a fare il muratore. Dobbiamo pensare a qualcosa di diverso” dice Mimmo mentre beviamo un caffè nel chiosco vicino al palazzo dove, a lavori di ristrutturazione conclusi, ci trasferiremo “Sono mesi che lavora con me e se questa ristrutturazione non fosse in casa tua, non mi sarei sentito di richiamarlo. Gli dico rompi qui – e Mimmo con il pollice e l’indice piegati circoscrive in aria un piccolo rettangolo di spazio – intorno a una presa elettrica per esempio e, se non sto attento, butta giù mezzo muro. Per chiedergli di passarmi un attrezzo devo essere vicino a lui e mostrarglielo perché non riesce a impararne i nomi. Prima che questo cantiere si chiuda, provate, tu e Betta, a chiedere all’ufficio immigrati se gli trovano un lavoro diverso. Io, finché non esce qualcosa lo tengo però non è questo il suo mestiere “. Si capisce che gli dispiace.

“Proviamo. Gli hanno già offerto un lavoro in un bar ma lui non vuole stare tutto il giorno dove si servono alcolici, dice che allora preferisce ritornare a vendere per strada”.

Arriva provvidenziale una telefonata dell’operatore del sindacato e Àdama lascia il cantiere prima della fine dei lavori. Questa volta siamo in tre ad accompagnarlo a conoscere la persona che gli darà un lavoro per qualche mese: Betta, io e Mimmo.

Arriviamo a casa di Maria con la funicolare di Granarolo. Lei ci riceve nella grande cucina di una grande casa di campagna dove vive con una famiglia numerosa, il più grande dei figli sta per sposarsi e Maria ha deciso di far sistemare il giardino. C’è il muro di cinta da stuccare e intonacare, ci sono muretti a secco da risistemare nell’orto, un viottolo da ridisegnare. Se ne occuperà un vicino ma il giardino è molto grande e lui ha bisogno di un aiutante. I figli di Maria lavorano e studiano, non hanno tempo da dedicare al giardino. Maria posa su Àdama uno sguardo affettuoso, è lo sguardo che rivolge ai suoi figli, ai loro amici, a tutti i ragazzi che potrebbero esserle figli. Gli chiede quanti anni ha, da dove viene e chissà come deve mancargli la sua famiglia, dice e mentre lo dice sospira. “Posso farti lavorare soltanto poche ore al giorno – quasi si scusa – ma puoi fermarti a pranzare con noi e ti pagherò il biglietto settimanale per il bus e la funicolare”. Beviamo una bibita, è una giornata calda, un presagio d’estate. Dalla finestra aperta della cugina di Maria si vede una pianta di rose con i boccioli che si dondolano nel respiro del pomeriggio. Ad Àdama farà bene lavorare qui. Betta, Mimmo ed io lo pensiamo, non abbiamo bisogno di dirlo, si vede da come ci guardiamo l’un l’altro che lo pensiamo. “Oh Àdama – lo apostrofa scherzoso Mimmo mentre riprendiamo la funicolare – non buttarli giù i muri di quel giardino, eh?!”.

SETTE

Avevamo visto giusto. Trascorrere la primavera e l’inizio dell’estate a lavorare nel giardino di Maria, sotto la guida di un uomo maturo e paziente, mangiare tutti i giorni insieme a giovani più o meno suoi coetanei, è stata per Àdama un’esperienza che ha consolidato la sua fiducia nel paese in cui stava provando a vivere. Una fiducia che lui aveva avuto fin dall’inizio del suo viaggio avventuroso.

“Àdama, raccontaci come sei arrivato in Italia. Vuoi? “chiedo una sera, dopo aver cenato, con i bambini impegnati in un gioco, le finestre aperte e la compagnia del suono del sassofono di un ragazzo che abita due piani sotto di noi.

“Ero in Mauritania e volevo andare via, si guadagnava poco con la pesca ed era anche pericoloso, ci facevano immergere tante volte, anche quando eravamo molto stanchi. Un mio amico ha detto che si poteva andare in Italia con una nave. La nave era laggiù – alza una mano e indica un punto lontano, oltre lo spazio della finestra – era una nave italiana che trasportava il ferro. Ha organizzato tutto il mio amico: abbiamo pagato una barca che ci ha portato di notte sotto la nave, siamo saliti con una corda e siamo entrati dall’apertura dell’ancora aggrappandoci alla catena. Ci siamo nascosti, era una nave enorme. Stavamo al buio, ci eravamo portati uno zainetto con dei biscotti, acqua e una coperta”.

“Ma sarete stati in navigazione tanti giorni – lo interrompe Dino – come avete fatto con un po’ di biscotti e un po’ d’acqua? Saranno finite presto quelle poche provviste!”

“Hai ragione, solo che mi dispiace dire che abbiamo rubato. Di notte andavamo nella cucina e rubavamo quello che potevamo, poco ma rubavamo. Poi è successo che un nostro compagno si è ammalato, aveva la febbre, batteva i denti e tremava per il freddo. Allora io sono uscito, ho trovato un marinaio e gli ho detto che eravamo nascosti nella nave e che avevamo bisogno di aiuto per il nostro amico che stava male”.

“E come vi hanno trattato?” chiedo io sospettosa.

“Bene, Emilia, devo dirti bene. Davvero. Hanno curato il ragazzo che stava male. Abbiamo raccontato come eravamo saliti sulla nave e dove volevamo andare. Allora ci hanno lasciato in pace, mangiavamo quello che mangiavano loro, ci hanno dato dei vestiti di ricambio. La nave stava portando il ferro a Genova. Gli uomini dell’equipaggio ci hanno aiutato a uscire dalla nave senza essere fermati dalla polizia. Mentre scaricavano la merce si parlavano con le radioline e, uno alla volta, stando curvi quasi fino a terra siamo scesi anche noi, mentre un gruppo di loro ci copriva in modo che le guardie non ci vedessero. Ci hanno dato dei soldi e a un certo punto ci hanno detto Ora! Correte più che potete. Io ho saltato un muro così alto che non so come ho fatto. Poi ci siamo separati, uno di noi è andato a nord, a Milano e in due siamo andati a Napoli. Se ci avessero preso forse ora non sarei qui a parlare con voi. Devo dire grazie alle persone della nave e quando mi dicono che gli italiani sono razzisti io rispondo: non è vero, non si può dire che gli italiani sono razzisti perché non tutti lo sono”.

La voce del sax sale e accompagna quella di Àdama che lentamente srotola un racconto lungo come il filo di una vita che si misura in distanze: la distanza tra Joal e la Mauritania, tra Joal e Genova, Napoli, la Sardegna. La distanza da casa, la distanza dalla sua famiglia, dal padre che gli manda audiocassette in cui gli racconta cosa succede a casa e gli dice: torna figlio mio, devi tornare.

La voce del sax libera Àdama dal carico pesante della nostalgia, si infila tra le parole, percorre le frasi, svela i sentimenti nascosti.

“Andavo a scuola, mio padre ci ha fatto studiare tutti, maschi e femmine. L’istruzione è importante, ha sempre detto. Io, quando avevo un po’ di tempo, leggevo. Stavo leggendo quando sono venuti a dirmi: Àdama, tua sorella è morta. Ho deciso quella notte, sarei andato via. Ho lasciato tutto. Volevo portarmi via il libro e invece l’ho dimenticato. E ora non so più nemmeno. Il titolo. Non lo ricordo, mi sembra impossibile”.

“Sono successe tante cose, Àdama, è per questo che non lo ricordi” dico.

Restiamo in silenzio, il ragazzo del sax deve essere andato a dormire ma il silenzio conserva tracce dei suoni o forse sono rimasti dentro di noi, nella cassa di risonanza dei nostri corpi. Siamo seduti ciascuno a un lato del tavolo ma è come se fossimo vicini, spalla contro spalla.

Quando si alza per tornare nella casa di via Gramsci, Àdama dice: “Andrete in Sardegna quest’anno? Io vado nel mese di agosto, vado a vendere. Il giardino della signora Maria a luglio sarà pronto e così anche il mio lavoro finirà”.

OTTO

Fine agosto in Sardegna con i bambini, due nostri amici e con la loro figlia.

Due case con un giardino in comune a pochi passi dalla spiaggia bianca che amiamo.

Àdama passa a trovarci ogni due o tre giorni, quest’anno ha potuto investire nella merce ed è orgoglioso dei suoi articoli prada con la p minuscola. Sono imitazioni talmente belle che solo un occhio esercitato può distinguere dagli originali. La differenza, mi spiega lo stesso Àdama, è soprattutto nella qualità dei particolari, fibbie, borchie, anelli, cerniere. In spiaggia spopola lo zainetto bianco o nero. Anche la mia amica ne vorrebbe uno. “Non ne ho più – si rammarica Àdama – ma fra qualche giorno andrò a Napoli e vedrai che prima della fine della vacanza avrai lo zaino”.

“A Napoli?” chiediamo incuriosite.

“Vado con gli altri venditori, andiamo con la nave. A Napoli incontriamo degli italiani, ci portano con un furgone fuori dalla città. C’è un capannone dove possiamo scegliere la merce, le borse, gli occhiali, gli orologi, le cinture. Imitazioni bellissime, infatti costano. Chi ha tanti soldi compra più merce e farà meno viaggi. Io prendo poche cose per volta, preferisco vendere tutto e poi andare di nuovo a rifornirmi”.

“Hanno un costo prestabilito queste cose che compri a Napoli? Prima di partire riesci a fare una previsione di quello che riuscirai a comprare?” chiede la mia amica.

Àdama ride: “No, non posso sapere come andrà. Con i napoletani bisogna contrattare, loro sono molto bravi in questo”.

“Àdama, lo sai che ti vendono merce illegalmente e che comprandola sei complice di questo traffico. Lo sai vero?” gli dice seria lei.

“Lo so e questa è l’ultima volta che vengo in Sardegna per vendere. Spero di trovare un lavoro. Poi, dovevo venire per vedere una ragazza”.

“Questa è una novità. Hai una fidanzata in Sardegna già da un po’ di tempo e non mi hai detto niente?” lo rimprovero, ci tengo al mio ruolo di confidente di Àdama.

“Perdonami – ride compiaciuto – volevo dirtelo ma non ero sicuro di trovarla ancora convinta di stare con me. Ci siamo conosciuti l’anno scorso, abita in un paese qui vicino. Lavora, è un’estetista. Una brava ragazza, davvero”. Tira fuori il portafoglio dalla tasca e cerca tra i mille foglietti. Ci mostra una fotografia: lui insieme a una donna bionda e minuta con grandi occhi espressivi. “Bella donna – commento – è più grande di te vero?” almeno dieci anni di più, calcolo tra me e me.

“Ha dieci, quindici anni più di me”

“Dieci o quindici? C’è differenza”

Lui sorride: “Ma no, non importa. Stiamo bene, questo importa. Solo questo.”.

“Speriamo – dice la mia amica, più tardi – speriamo che questa fidanzata sia sincera e gli voglia bene e non stia con lui tanto per divertirsi due mesi in estate”

“Sei scettica?”

“Senti, lui è venuto a Genova perché qui non c’era la possibilità di un lavoro. Lei è del posto, lavora. Perché non ha cercato di farlo restare? Perché non lo ha aiutato a trovare un lavoro? Hai sentito cosa ha detto Àdama? Non ti ha parlato di lei perché non sapeva come l’avrebbe trovata. Quindi non hanno avuto molti contatti in quest’anno. Magari sbaglio ma per lei questa relazione non è importante”.

“Quindi, pensi che lui si illuda?”

“Non so. Forse si illude o forse gli basta sapere che c’è qualcuno con cui ha un rapporto speciale e che può vedere ogni tanto. Basta poco quando si è lontani da tutto, gli affetti, gli amici, il paese. È comunque qualcuno che ci vuole bene non è mai poco”.

L’ultimo giorno di vacanza Àdama arriva con lo zainetto per la mia amica, vorrebbe farle uno sconto che lei non accetta. Le regala un braccialetto. Mentre glielo annoda getta uno sguardo al mio che ho ancora al polso, ormai scolorito e sottile. “Non si è ancora rotto il tuo braccialetto? – mi chiede – cosa hai desiderato che tarda ad arrivare?”.

“Quando arriverà, te lo dirò. Anche tu hai dei segreti, Àdama” lo prendo in giro.

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