Adama – Parte 1 di 4

 

 

Àdama

Una storia normale

Illustrazione di Giulia Pastorino per Adama

UNO

Al mattino presto, procedevamo affondando i piedi nella sabbia bianca che, a metà settembre, era tiepida. Mi coprivo con parei colorati che si gonfiavano mentre il vento mi spingeva o mi frenava, secondo la direzione.

Andrea amava correre spinto dal vento e andava avanti verso la distesa d’acqua cristallina, appena movimentata da trucioli di spuma. Tilahun, assonnato, camminava lento, quasi appeso al mio braccio. Si chinava, a tratti, per raccogliere un pezzo di sughero, una conchiglia, un giglio di mare che bucava la sabbia e che lui, dopo, mi avrebbe infilato tra i capelli.

Stendevamo gli asciugamani, Dino piantava un piccolo ombrellone nella sabbia, in profondità e con la giusta inclinazione perché il vento non lo portasse via, poi lo copriva con asciugamani chiari che ricadevano a sfiorare la sabbia. Preparava la tenda per la nostra cagnolina. Una grande ciotola d’acqua fresca e lei si accomodava nel suo rifugio. Dallo spiraglio che si apriva tra i lembi degli asciugamani non perdeva d’occhio i bambini.

Frequentavamo quella spiaggia da alcuni anni e ritrovavamo sempre una famiglia con due bambine. Quel giorno i nostri amici erano partiti. Era la prima mattina senza di loro e Andrea, sulla riva, scalciava l’acqua, annoiato. Tilahun, sdraiato sull’asciugamano appena steso sulla sabbia, sembrava aver voglia di continuare a dormire.

Una pista per le biglie. La proposta del padre ha il potere di mettere in moto l’energia che darà una svolta alla mattinata. Andrea si mette al lavoro e anche Tilahun si scrolla il torpore di dosso e comincia a trasportare secchielli d’acqua per l’opera di costruzione che si prospetta grandiosa con curve impegnative e passaggi sotterranei.

Piena di gratitudine per non essere stata coinvolta nel gioco, valutata inabile al lavoro in quanto donna e – si sa – le biglie sono un gioco da maschi, mi immergo nella lettura.

Il vento teso deposita con lentezza e costanza granelli di sabbia tra le pagine, mi proteggo con un grande cappello di paglia che ogni tanto devo calcarmi sulla testa perché non voli via. Ho dimenticato gli occhiali da sole.

La spiaggia è quasi deserta, a intervalli regolari passano venditori marocchini, indiani, senegalesi. Ormai li riconosciamo: il marocchino con grandi asciugamani e una borsa gonfia di tovaglie e tessuti, l’indiano riservato e gentile con i gioielli d’argento, il senegalese che si annuncia a gran voce: “Oilì, oilà, è arrivato Mustafà”. Lo sappiamo tutti che non si chiama Mustafà, ride quando gli chiediamo il suo vero nome. Non è più giovanissimo e ha sempre merce di qualità: le migliori imitazioni di borse firmate, cappelli colorati, ombrelli, bigiotteria. Trasporta sacchi enormi, carico come un mulo; tutti lo aspettano, gli comprano sempre qualcosa. Ogni due giorni passa un altro senegalese, anche lui dice di chiamarsi Mustafà, ha un forte accento bergamasco perché di estate vende in Sardegna e d’inverno lavora a Bergamo, ormai da tanti anni. Dice che non è difficile acquisire l’accento bergamasco, basta avere in testa il rumore che fanno tante botti che rotolano tutte insieme. Lui sa intrecciare i capelli, io e i bambini ci siamo fatti fare una treccina ciascuno il primo giorno di vacanza. Mentre stringeva le ciocche di capelli con giri di filo colorato raccontava di suo nonno che vive in Senegal e scolpisce animali nel legno. Alla fine mi ha venduto una tartaruga di legno che ha tirato fuori dalla tasca della giacca leggera e scura che gli conferiva un aspetto distinto. Lui non ha borse, solo tasche con l’occorrente per le treccine e, a volte, un animale di legno.

Vorrei comprare un paio di occhiali. Nonostante il cappello, il sole comincia infastidirmi e non riesco a leggere. Mustafà, oggi, non si è ancora visto.

“Signora, vuoi qualcosa?” alzo lo sguardo e mi trovo davanti un quadrato di cartone con, appesi, occhiali, portachiavi, braccialetti. Un giovane senegalese mi guarda con un sorriso incerto, un po’ timido. Non ha l’aria del venditore smaliziato, sembra nuovo del posto.

Tocco gli occhiali, uno per uno, sono molto leggeri, destinati a rompersi presto. Nell’insieme, la merce di questo ragazzo è la più povera che abbia visto.

“Questi sono belli “dice accucciandosi e indicando un paio di occhiali rotondi con le lenti blu. Non dureranno – penso – ma ha ragione lui, sono belli. Io non contratto, a lui non dispiace, prende i soldi in silenzio con un gesto incerto come il suo sorriso. Non ha la stoffa del venditore, penso.

“Lui è tuo figlio?” dice guardando Tilahun che si è avvicinato nella speranza di farsi comprare qualcosa.

“Sì, è mio figlio”.

“Hai il marito bianco e un figlio nero, come mai? Padre africano?” è la domanda che fanno tutti i venditori senegalesi, gli altri guardano il bambino con curiosità e me con diffidenza e non osano chiedere.

“Lo abbiamo adottato, è etiope. Ora è nostro figlio”.

“Non ha più la famiglia?”

“No, non ce l’ha”.

“Ah…allora hai fatto bene” dice con serietà dopo aver riflettuto per qualche istante.

“Tu, come ti chiami?”

“Àdama”.

Ci salutiamo e si allontana, mi dispiace non avergli detto anche il mio nome anche se lui non me lo ha chiesto. Vedo che scambia due parole con i bambini e poi lega al polso di ciascuno un braccialettino della fortuna. Alza ancora una volta il braccio per salutare e va via, lento. Anche il modo in cui avanza sulla spiaggia rivela qualcosa di lui, non sembra aderire alla parte del venditore, non annuncia in alcun modo la merce, si avvicina con discrezione, non ha il sorriso largo e la naturale capacità comunicativa degli altri senegalesi. Nel nostro breve scambio ho percepito in lui una malinconia che arriva dal profondo e da lontano.

Riprendo a leggere, protetta dagli occhiali blu.

DUE

“Io ti conosco. L’anno scorso ti ho venduto un paio di occhiali blu”.

Mi faccio schermo con la mano per guardare il ragazzo che mi sta parlando. È un senegalese alto, con riccioli molto corti e un sorriso largo. Lo riconosco. È più robusto e meno timido, ha un borsone gonfio di merce e un grappolo di zainetti finto Prada sulle spalle.

Gli tendo la mano. “Ciao, mi ricordo di te. Sei Àdama. Io mi chiamo Emilia”.

Guarda i bambini che stanno giocando a pallavolo: “Sono cresciuti. E lui? – indica Tilahun – è bravo?”.

“È bravo, sì. Molto sveglio” rispondo.

“Sono contento” dice con orgoglio, come se a quel “fratellino” africano fosse assegnato il compito di fare bella figura, di tenere alto l’onore di tutti.

Sorrido, gli offro un po’ d’acqua e lui si concede una sosta.

Posa la mercanzia e si siede sulla sabbia, fuori dal mio asciugamano anche se io gli ho fatto spazio.

“Dov’è tuo marito?” chiede.

“Ha portato il cane a fare una passeggiata. Dovrebbe quasi arrivare.”.

Non parla, forse non sa cosa dire, forse lo imbarazza essere qui seduto vicino a una donna sposata e temporaneamente sola. Cerco di interpretare i suoi gesti, di leggere nei suoi pensieri. Comincio a fargli qualche domanda con il timore di essere indiscreta. Invece lui non aspetta altro, mi racconta del paese di pescatori da cui arriva, nella penisola di Joal Fadiouth. Il paese di Senghor, dice con fierezza.

Aveva compiuto da poco 19 anni quando è partito. Sono passati due anni.

“Prima sono andato in Mauritania, lavoravo con i pescatori. Poi qualcuno mi ha detto Àdama, vado in Italia, là c’è lavoro, vieni con me? Così sono andato. Sono arrivato a Genova con la nave, poi con il treno fino a Napoli e poi sono venuto in Sardegna. D’inverno ho venduto le calze in giro, per strada. D’estate vendo nelle spiagge, qui cammino per chilometri tutto il giorno ma gli affari vanno bene”.

Guarda davanti a sé, l’acqua del mare luccica sotto il sole, i bambini gridano nel gioco. Una mamma cammina tenendo per mano un bambino molto piccolo che sgambetta eccitato quando l’onda gli sfiora i piedini. Rompe il silenzio e con un tono basso dice: “Sai, non c’era povertà a casa mia anche se avevamo una sola barca ed eravamo tanti fratelli. Mio padre non voleva che qualcuno di noi partisse. Io sono andato via perché è morta mia sorella gemella. Si è ammalata ed è morta. Non potevo più restare”.

Quella confidenza inaspettata mi attraversa e mi sorprende. Provo ad adeguarmi al suo ritmo, non parlo subito, rispetto qualche minuto di silenzio, non mi volto verso di lui, spingo il mio sguardo lontano, oltre i miei figli, oltre la mamma con il bambino, lo poso sui bagliori dell’acqua.

“Come si chiamava tua sorella?”

“Ewa. Si chiamava Ewa. Àdama e Ewa”.

Arriva Dino con il cane, Andrea e Tilahun si avvicinano incuriositi dalla presenza di Àdama. “Ciao, ci rivediamo” dice lui battendo un cinque con entrambi.

In presenza dei bambini racconta di quando pescava e di quando, in Mauritania, andava a cercare i polpi in apnea. “Ma, allora, tu nuoti benissimo!” dice Andrea ammirato. “Vieni con noi, vieni con noi a nuotare!” Tila gli prende la mano, vorrebbe che si alzasse e si tuffasse con loro.

“Oggi devo lavorare – Àdama si sottrae con un sorriso – domani, nuoteremo insieme domani”.

Si alza e con lentezza, si carica la borsa su una spalla.

“Ciao” dice. Il saluto è per tutti ma io sento che quel saluto è per me. Mi piace pensarlo. Tutte le amicizie hanno un’origine. L’amicizia tra Àdama e me era appena nata da quella informazione sulla sua vita che mi aveva consegnato guardando il mare e che io, guardando il mare, avevo raccolto. Come una conchiglia che si afferra durante il cammino, sbucata dalla sabbia solo per noi, in quel momento.

Ecco, è andata così.

TRE

“Quando nuoti con noi?”

Àdama passava tutti i giorni e i bambini non gli davano tregua.

“Domani. Vedrete che domani nuoteremo insieme” rispondeva gentile.

Quel domani sembrava non arrivare mai. Tutti i giorni la stessa scena, i bambini chiedevano e lui rispondeva: “Domani, domani “. Loro non si scoraggiavano.

Lui salutava con gentilezza ma non si fermava più, mi chiedevo se si fosse pentito di avermi raccontato qualcosa di sé. “Forse non è vero che sa nuotare” ha detto Tilahun stanco di aspettare.

C’è un tempo per tutto. Le due del pomeriggio. Oggi non andiamo a riposarci. Sono gli ultimi giorni di vacanza e siamo avidi di sole, di mare, di aria aperta. Fa molto caldo, sono stati giorni di vento ma oggi l’aria è ferma, sembra un giorno d’agosto invece siamo a fine estate. La cagnolina è in casa, al fresco.

Siamo tutti e quattro seduti al riparo del nostro ombrellone che, almeno oggi, il vento non proverà a rubare. Vediamo un’ombra lunga sulla sabbia. “Bambini, è oggi il giorno. Andiamo a nuotare”. È Àdama, arrivato per mantenere una promessa.

“Evviva” i bambini esultano e gli saltano intorno, lui si libera della maglietta e dei pantaloni. “Andiamo”.

Corrono, entrano in mare come foche allegre alzando spruzzi d’acqua. Poche bracciate e Àdama guadagna il largo, chiama i bambini che si impegnano in una lunga nuotata. Lo raggiungono, gli salgono sulle spalle, si tuffano, risalgono. Tutti e tre ridono e sputano fiotti d’acqua dalla bocca. Si immergono, rispuntano un po’ più in là.

Quando tornano, i bambini si avvolgono negli asciugamani. Àdama si siede sulla sabbia, si lascia asciugare dal sole, a occhi chiusi. La pelle del suo viso è arsa, asciuga in pochi istanti mentre tracce di sale si depositano agli angoli degli occhi e della bocca. Accetta l’acqua che gli offro e tira fuori un panino col formaggio che mangia masticando a lungo.

“Non vuoi un panino col prosciutto?” chiede Tilahun.

“No, grazie – risponde con gentilezza – non posso mangiare il prosciutto”.

“Ti fa male alla pancia?” Tilahun è curioso.

Àdama ride. “No, non lo mangio perché sono musulmano e chi è musulmano non mangia il maiale”.

Tilahun si zittisce e lo scruta pensoso ma non fa altre domande. Non ha bisogno di chiedere informazioni sui musulmani, ad Addis Abeba c’era un bar musulmano dove non servivano alcolici ma solo tè. A lui lo offrivano, a volte, con un pezzo di pane.

Ci salutiamo. Non ci vedremo più prima della nostra partenza. Gli porgo un biglietto con il mio nome e due numeri di telefono, quello di casa, quello del posto dove lavoro. “Àdama, se vieni a Genova chiama”.

“Conosco dei senegalesi che stanno a Genova, in via Gramsci. Forse il prossimo anno vengo”.

Batte un cinque con i bambini, stringe la mano a Dino. Prima di andarsene ci regala un braccialettino, chiudiamo gli occhi per esprimere tre desideri. Lascia me per ultima, sceglie lui il colore: rosso e arancio. Poi sfila ancora un braccialetto dal cartone al quale sono agganciati. Mi chiede di legarglielo al polso. “Ciao, ci vediamo” dice.

Si allontana voltandosi ogni tanto, finché non scompare dietro una duna.

QUATTRO

Dopo le giornate lente sull’isola, tornare a casa alla vigilia dell’inizio delle scuole era sempre come trovarsi d’improvviso sulle montagne russe di un Luna Park. Grembiuli e cartelle da preparare, libri, pennarelli, righe e squadre da comprare, riunioni alla scuola elementare, riunioni alla scuola materna, riunioni per l’inizio dei miei corsi, sessione di esami, i nonni che volevano vedere i bambini perché “chissà come stanno bene dopo le vacanze al mare”, primo giorno di lavoro, primo giorno di scuola, primo giorno dei corsi di nuoto, primo giorno degli scout, primo giorno del corso di musica. Primo giorno di tutto. Poi, finalmente, ci si adattava al nuovo ritmo. Cominciava l’autunno.

“Ha chiamato un tipo che voleva parlare con te “mi informa il segretario dell’Accademia di belle arti mentre sto firmando l’uscita sul registro.

“Un tipo? Ha lasciato un nome?”

Il segretario ridacchia, intanto cerca un appunto. “Perché ridi?”

“Aveva una voce buffa, un vocione, e un accento strano, di sicuro non è italiano però quando gli ho chiesto il nome, ha scandito: adamo”.

Il nome non mi dice niente, non mi sembra di conoscere qualcuno che si chiama Adamo. “Ha detto che ti aspetta davanti al portone” la voce del segretario mi raggiunge nelle scale, devo correre a casa, Andrea starà quasi per uscire da scuola.

Tra Adamo e Àdama non c’è solo la differenza di una vocale finale, ma un diverso accento e quindi un’altra musicalità. Non Adamo ma Àdama è davanti al portone, nel quadrato di sole riservato al monumento a Garibaldi. Sorride. “Ciao Emilia. Eccomi a Genova”.

Ci abbracciamo, per la prima volta.

Dopo un’ora è a casa nostra, a tavola con me e Andrea. Spaghetti olio e parmigiano, frutta, caffè. Un pasto frugale, gli prometto una cena degna di un ospite. “A me va bene così. Io sono felice di vedervi”.

Vive in via Gramsci, in un appartamento con altri sette senegalesi. Andrà con loro a vendere, al mattino. Prenderanno il treno, dice, e andranno nei paesi piccoli, sul mare. “Qui non è come in Sardegna – obietto – l’estate è finita, le scuole sono ricominciate, la gente non va più al mare”.

“Sì, ma i miei amici dicono che, finché è bel tempo, nei paesi piccoli si vende meglio, la gente è più tranquilla, non corre. Se sei gentile un paio di calze te le compra”.

“E il permesso di soggiorno?”

“Ce l’ho, ancora valido “. Sorseggia il caffè, è sereno, fiducioso.

“Àdama, devi trovare un lavoro vero. Dammi qualche giorno, chiedo qualche informazione, vedremo come aiutarti”.

“Grazie, io posso fare tutto, anche lavori pesanti. Sono abituato a dormire poco, a lavorare, ho sempre aiutato mio padre, i miei fratelli più grandi. Davvero Emilia, io non mi spavento del lavoro”.

Usciamo. Andiamo ad aspettare Tilahun all’uscita della scuola materna, lui grida: “Ciao Àdama!” con naturalezza, come se avessimo continuato a vedere il nostro amico tutti i giorni. Io, Andrea, Tilahun e Àdama ritorniamo in centro. In piazza De Ferrari ci salutiamo, lui batte un cinque con i bambini, mi abbraccia. Prima di allontanarsi alza il braccio mostrando il polso: “Io ho ancora il braccialetto, e voi?”.

Andrea e Tilahun si tirano su una manica della felpa: “Anche noi!”.

Sorrido e mostro il mio, rosso e arancio.

“Bravi. Quando si romperà, il vostro desiderio sarà realizzato. Io penso che il mio braccialetto si spezzerà stasera perché il mio desiderio era rivedere voi. Oggi vi ho visto. Salutate il vostro papà, poi vedrò anche lui”.

La sera parlo con Dino, telefono a mia sorella, a mio padre. Il giorno dopo, parlo con il direttore dell’Accademia, poi con la mia amica Renata. Raccolgo informazioni, mi segno nomi e numeri di telefono. Aiutare Àdama a trovare un lavoro diventa una priorità famigliare. Sono io ad avergli detto. “Se vieni a Genova, chiama”, non gli ho promesso nulla ma ora sento che non è così.

Chiama. Mi troverai.

Leggi tutta la storia di Àdama.

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