Volevamo essere Jo

Com'è nata la storia di "Volevamo essere Jo"

Ho sempre amato Piccole donne e il personaggio di Jo. Qualche anno fa sono stata invitata a un importante convegno sulle Personagge dalla Società Italiana Letterate.

Proprio per la serietà del convegno e di chi lo promuoveva, avevo pensato a lungo alla personaggia da raccontare nel mio intervento, scegliendo la straordinaria Orah del romanzo A un cerbiatto somiglia il mio amore di David Grossman. Per un breve momento avevo considerato la possibilità di parlare di Jo March, rinunciandovi perché temevo di lasciarmi andare a considerazioni troppo personali. Prima di me è intervenuta Donatella Alfonso, giornalista genovese, direttrice del portale di Repubblica.

Di quale personaggia ha parlato? Di Jo March, ovviamente. Lo ha fatto a braccio, con grande sintesi ed efficacia descrivendo i suoi sentimenti per Jo, che erano i miei e quelli di quasi tutte le donne presenti. Era esattamente l’intervento che avrei voluto fare io. Quella situazione è stata lo spunto per la mia storia, nei giorni successivi ho iniziato a scrivere proprio cominciando da un convegno e da un intervento su Jo March.

Naturalmente, tra le persone che ho ringraziato, nel libro, c’è anche Donatella Alfonso che quel giorno mi ha offerto lo spunto.

Come l'idea è diventata un romanzo.

Famiglia: femminile, plurale è uscito per Mondadori nel 2011. Dopo, ho pubblicato due romanzi con altri editori. L’idea giusta per Mondadori non c’era, non sapevo se sarebbe arrivata. Così, quando la mia editor Giulia Ichino è venuta come ospite a Officina Letteraria a raccontare agli aspiranti scrittori qualcosa in più su come funzioni il mondo dell’editoria, io non pensavo che, dopo, avremmo potuto parlare di un mio libro futuro. La mia storia era ferma a una cinquantina di pagine, niente più. Giulia ha voluto leggere quelle cinquanta pagine e ha amato subito i miei personaggi, le mie quattro donne e mi ha suggerito di dare un nuovo inizio alla storia, di partire da più lontano: dall’infanzia delle mie personagge.

È incominciato, per me, un periodo bellissimo: raccontare l’infanzia delle bambine che leggendo Piccole donne s’identificano in Jo è stato divertente e, al tempo stesso, impegnativo. Ho dovuto fare delle scelte, ambientare la loro infanzia in uno spazio e in un tempo preciso e, scrivendo, mie era sempre più chiaro che un tema importante del libro fosse l’educazione delle bambine. Dopo questo lavoro, inutile dirlo, ho sentito la necessità di riscrivere la seconda parte: un anno di lavoro.

La struttura del romanzo.

Il romanzo è strutturato con un prologo e un epilogo, due parti e tra le due parti un’importante ellissi temporale.

La prima parte è scritta in terza persona e al passato, evoca più esplicitamente in diversi momenti il libro intorno al quale ruotano i giochi, le fantasie e i discorsi delle protagoniste. La seconda parte è scritta in prima persona, dal punto di vista di una delle quattro amiche – Giovanna – e al tempo presente con un ritmo più veloce.

La  curiosità del titolo.

La mia prima proposta è stata: Volevamo tutte essere Jo. Col passare del tempo ho cominciato a percepire quel titolo come se fosse già consumato, come accade talvolta se si decide il nome di un bambino già dal primo mese della gravidanza. Ho cominciato a pensare a un nuovo titolo e l’ho proposto all’editore: Cara Jo.

Fino quasi alla chiusura delle bozze, Cara Jo sembrava definitivo, ma, prima di chiudere tutto, una consultazione tra editor ha deciso per Volevamo essere Jo. È il suo titolo, hanno detto. E ora lo so, è proprio così. Volevamo essere Jo è il titolo giusto per questa storia.

Francesca Biasetton, artista e calligrafa, che aveva già scritto il titolo Cara Jo, si è rimessa al lavoro e ha regalato alla copertina un corsivo vero, un Volevamo essere Jo unico e inimitabile che insieme a Marilena Rossi e Susanna Tosatti abbiamo deciso di stampare in blu. Perché il blu? Il blu è in equilibrio con gli altri colori dell’immagine di copertina – una ragazza che lancia aeroplanini di carta rossa – e suggerisce una profondità in sintonia con la storia. Volevamo essere Jo è una frase che le protagoniste pronunciano con allegria, ma con la coscienza che, quando erano bambine, voler essere Jo era un progetto molto serio.

Sinossi.

Genova, nel Natale del 1976. Quattro ragazzine – Giovanna, Lara, Silvia e Carla – ricevono in regalo il romanzo Piccole donne. Subito, il loro gioco preferito diventa mettere in scena la storia delle sorelle March. Ognuna di loro ha un’affinità particolare con una delle sorelle, ma il desiderio di tutte è di somigliare a Jo: Jo la generosa, Jo la ribelle, Jo che sfida le regole per rincorrere i suoi sogni. Perché, proprio come Jo, anche le quattro amiche, in quegli anni incandescenti in cui il mondo sta cambiando volto, vogliono tutto: l’amore, una famiglia e un lavoro in cui esprimere le proprie passioni.

Si ritroveranno, adulte, a un convegno dedicato alle grandi protagoniste della letteratura: è l’occasione per riunirsi. Decidono di trascorrere un weekend in campagna, nella casa-famiglia creata da Carla. Qui ritrovano l’antica confidenza, discutono e giocano a rievocare quel passato in cui tutto sembrava possibile. Fino a quando la fuga di un ragazzino dalla casa-famiglia le costringerà a fare davvero i conti con sé stesse e a chiedersi cosa ne sia stato dei loro sogni.

Volevamo essere Jo è una storia sulla relazione che esiste tra i progetti dell’infanzia e lo scorrere veloce del tempo. È un racconto che contiene la domanda: c’è sempre tempo per cercare di realizzare, almeno in parte, i propri sogni?