La rabbia in una stanza

In Europa si diffondono le camere della rabbia, posti dove è possibile spaccare tutto. In Italia il fenomeno sembra non aver attecchito. Io ho appreso dell’esistenza di una camera della rabbia attraverso il lavoro del fotografo e artista visuale Filippo Venturi, che due anni fa portò una bellissima mostra e un video a Officina Letteraria.

Ecco un mio breve racconto.

foto del mare in tempesta
Photo by Joanna Kosinska on Unsplash

La rabbia in una stanza

Su un punto erano tutti d’accordo: farsi aiutare. Sei piena di rabbia, da qualche parte devi pur sfogarla, dicevano. Era vero, ne ero conscia ma non ero sicura che fosse una buona idea sfogarla parlando con qualcuno.

In una delle mie serate solitarie davanti al computer ho intercettato un’informazione che ha avuto il potere di agguantarmi e tirarmi dentro un mondo che non pensavo esistesse. Tre giorni dopo ero in macchina diretta in un posto sperduto nella campagna e nella nebbia. Sono arrivata in uno spiazzo davanti a un paio di capannoni industriali. Ho avuto qualche secondo di esitazione prima di scendere dalla macchina, sentivo l’abbaiare insistente di un cane, forse più di uno. Mi allarmava.

Ho visto un paio di persone entrare e uscire. Una donna sulla cinquantina fumava, in piedi vicino alla sua auto, ha gettato il mozzicone a terra e mi ha guardato prima di aprire la portiera, salire e andarsene. Mi è sembrato che sorridesse. Ho visto un giovane robusto con una macchina fotografica cercare un angolo dello spiazzo e fotografare i capannoni.

Sono scesa dall’auto.

Ho pagato quindici euro a un tipo piuttosto taciturno, che indossava gli occhiali da sole nella penombra del capannone, fumava al chiuso e aveva una barba di qualche giorno, uno che si rade solo quando ne ha voglia, ho pensato. Ha compilato una ricevuta e me l’ha data, poi mi ha accompagnato in uno spogliatoio ricavato in uno dei tanti box dentro il capannone. Ho chiuso la porta a soffietto e ho letto un foglio di istruzioni attaccato con lo scotch a una parete. Su una panca ho trovato una tuta bianca da operaio, un paio di occhiali da saldatore, guanti da lavoro e un caschetto antinfortunio.

Ho avuto la tentazione di andarmene, invece ho indossato la tuta sopra i miei abiti, gli occhiali e il caschetto. Sono uscita e il tipo con la barba di tre giorni mi ha fatto strada verso il fondo del capannone. Una porticina ci ha riportato all’esterno, sul retro dov’era una baracca di lamiera. Intorno, solo erbacce e mucchi di rottami di legno. Fuori dalla baracca un bidone conteneva una decina di bastoni e mazze da baseball. L’uomo che mi accompagnava mi ha fatto cenno di prenderne una. Mi sono sorpresa rendendomi conto d’essere proprio io la persona che stava scegliendo la mazza e che la soppesava prima di portarla con sé dentro la baracca.

L’uomo mi ha informato che una telecamera a circuito chiuso avrebbe ripreso i quindici minuti nei quali sarei rimasta dentro, per ragioni di sicurezza, per stare attenti che le persone non si facciano male, ha spiegato. Al prezzo di venti euro avrei potuto ricevere a casa il dvd con le riprese. Per ricordo, ha detto. Mi ha chiesto se volevo della musica mentre ero dentro. Che musica? Ha chiesto, dando per scontato che la volessi. Classica, ho risposto.

Ho spaccato tutto con Beethoven.

Ho spaccato tutto pensando al mio ex, a mio fratello, a mia madre, ma questo solo nei primi due o tre minuti poi non ho pensato più a nulla.

Prima ho falciato i soprammobili che erano allineati sul cassettone finto antico, poi ho mandato in frantumi la vetrina della credenza con tutti i bicchieri e le bottiglie. Con metodo. Prima il vetro, poi il legno.

Il tavolo da pranzo sembrava quello di casa di mia madre, con le sedie imbottite. Ho pensato che avrebbero dovuto fornire anche una forbice o un coltello per squarciare la stoffa.

Sentivo il sudore condensarsi sotto l’elmetto, i capelli fradici, avevo gli occhiali appannati. La musica era in crescendo e un rivolo bagnato e freddo mi colava anche dall’inguine lungo la parte interna delle cosce. Mi facevano male schiena e braccia ma continuavo, senza pensare di fermarmi- possibilità contemplata dal regolamento- prima dello scadere dei quindici minuti. La scrivania è stata la più difficile da spaccare, forse era un oggetto di miglior fattura.

La musica è cessata, una luce rossa lampeggiante si è accesa sopra la porta.

Mi sono guardata intorno: uno sfacelo. Un’intera stanza distrutta in quindici minuti.

E io, stanca.

Ho abbandonato la mazza per terra. Uscendo e rientrando nel capannone, nel percorso mi sono spogliata un pezzo per volta: i guanti, l’elmetto, gli occhiali da saldatore. Quando sono arrivata allo spogliatoio, mi ero mezza sfilata già anche la tuta. Ho recuperato in fretta la mia roba e, accaldata, con i capelli fradici, sono passata davanti al tipo con gli occhiali. “Mi dispiace, ho lasciato tutto in giro, per terra”. “Non preoccuparti, lo fanno quasi tutti” ha detto imperturbabile porgendomi una bottiglietta d’acqua. Sono andata via senza lasciare i soldi per ricevere il dvd con le riprese.

Ho guidato fino a casa senza riuscire a capire come mi sentissi, se avessi davvero sfogato la rabbia che avevo dentro.

A casa mi sono fatta una doccia, ho messo sul fuoco il bollitore per il tè. Non avevo fame, ero stanca, molto stanca. E basta.

La rabbia era ancora là, una pietra dura sul fondo del mio stomaco.

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