Adama – Parte 4 di 4

 Àdama

Una storia normale

Illustrazione di Giulia Pastorino per Adama

TREDICI

Un giorno piovoso di settembre siamo partiti per l’Etiopia. Viaggio di ritorno alle origini, per Tilahun e Zenebech. In un certo senso anche per tutti noi.

Àdama mi fa la domanda che in molti vorrebbero fare, penso, ma che nessuno azzarda: “Hai paura?”

Ci penso. “Non lo so”.

Da giorni sono abitata da un sentimento difficile da decifrare, non mi sento di classificarlo come paura ma non è facile immaginare l’incontro dei miei figli con il paese dove sono nati e dove hanno vissuto alcuni anni della loro vita e provato il più grande dolore che possa provare un bambino. Non è facile immaginare come reagiranno, se questo viaggio sarà una riconciliazione o se sarà un trauma. Mentre consumo i giorni dell’attesa, esaurisco tutti gli scenari che la mia mente è in grado di produrre. Devo accettare le incognite di questa avventura. Abbiamo parlato per anni di questo viaggio e ora stiamo per partire.

Àdama sa bene cosa mi sta chiedendo: il ritorno alle origini, per tutti noi, il ritorno alla terra che ci ha generato è un ideale ma potente ritorno alla madre.

“Non devi aver paura, Emi – mi dice – loro, i tuoi figli, sanno bene chi sei. Non cambieranno i loro sentimenti. Sarà un viaggio importante, cucirete tutto insieme e lo farete là dove sono nati”.

Ho pensato alle parole di Àdama mentre l’aereo decollava, ho pensato alle sue parole mentre uscivamo dall’aeroporto di Addis Abeba. Erano le cinque del mattino, la città sembrava ancora addormentata. Mi figlia si è fermata, ha chiuso gli occhi, ha inspirato profondamente, poi ha detto: “Che buon odore”. Io ho guardato in faccia la mia paura e ho cominciato il viaggio.

QUATTORDICI

Riusciamo a creare un’altra piccola tradizione famigliare: Àdama viene a Genova anche a giugno, per il Festival Suq.

Il Suq gli piace, trova il cibo senegalese e sperimenta la cucina di altri paesi africani, le diverse varianti di piatti con il riso o con il cous cous. Gironzola per i banchi, ascolta i gruppi musicali che quasi ogni sera si esibiscono. Gli piace che il Suq sia al porto antico, passeggia fino al molo o fino a Galata, si spinge all’interno del centro storico, ripercorre i vicoli alla ricerca delle tracce di quel ragazzo approdato a Genova dalla Mauritania grazie a una nave carica di ferro, ritornato a Genova grazie a un’amicizia nata sulla spiaggia dove lui vendeva pochi oggetti senza convinzione.

Genova è un po’ la sua città. Gli piacerebbe tornare ma trovare un lavoro, in tempo di crisi, è difficile dappertutto, a Genova forse di più.

Un giro al Suq però gli basta per rallegrargli tutta un’estate.

L’ultima volta è arrivato in pieno Ramadan e non da Milano, ma da un porto del sud dell’Italia.

Arriva, non accetta nulla, non il solito caffè, nemmeno un bicchier d’acqua. “Sto bene, davvero.” ma le sue parole non si accordano all’inquietudine che gli si vede appiccicata addosso al corpo più magro, alle mani sempre in movimento, allo sguardo che a tratti fugge lontano.

“Àdama, è successo qualcosa?” gli chiede Renato.

“Vi ho detto che mi sono trasferito ma non vi ho ancora spiegato il motivo. L’impresa dove lavoravo ha ridotto il personale, negli ultimi tempi non ci pagavano nemmeno più. Speravo di andare a Nizza dov’ è un mio parente che lavora nella pesca ma ho appena presentato la domanda di cittadinanza, ho pensato che è meglio che stia qui, almeno finché non arriva. Così ho contattato un senegalese che gira tutti i porti del sud, lui guida un camion e trasporta il pesce. Mi troverà un lavoro, dice. Per adesso abito con altri, senegalesi, pakistani, siamo in dodici, tutti in un solo appartamento. Pago cento euro al mese per stare in una mezza cantina. Mi sembra di essere tornato indietro di vent’anni”.

“Resta qui, Àdama, noi abbiamo spazio, i figli sono andati quasi tutti via, lo sai, puoi restare il tempo che vuoi. Per me sei un fratello” gli dico di slancio.

“Ti ringrazio, Emi, ora mi fermo qualche giorno, intanto penso a cosa fare”.

Si sistema nella camera di Zenebech, luminosa e con un letto grande. Si riposa, dorme gran parte della giornata e prega.

Noi cerchiamo di rispettare i tempi e le esigenze che il Ramadan gli impone, mangiamo appartati, mai davanti a lui, stiamo attenti a non disturbarlo.

Pur facendo del nostro meglio, siamo piuttosto goffi. La prima sera, la pausa dal Ramadan ci coglie impreparati. Àdama si presenta in cucina, sul tavolo non c’è ancora nulla – di solito in estate mangiamo tardi – e il frigo non è proprio fornitissimo. Lui ha una fame da lupi, non può quasi resistere un altro minuto oltre il lungo digiuno che ha osservato. Tuttavia si controlla e dice: “Non devi preoccuparti, basta un pezzo di pane, un biscotto per rompere il digiuno. Mangerò più tardi”. Allestisco un piatto di formaggi e pane mentre Renato ordina tre pizze. Avremmo dovuto ordinare tre pizze soltanto per lui.

Poi usciamo, andiamo al Suq, mangia di nuovo e la serata, tra musica e dolci marocchini, è salva.

Il mattino dopo io e Renato riempiamo un carrello della Coop come quando eravamo al gran completo con quattro figli a pranzo e a cena.

I giorni del Ramadan sono giorni di sole e di caldo. Àdama esce dalla sua stanza solo la sera e anche se ci sediamo a tavola, ceniamo insieme, cuciniamo per lui, capiamo che qualcosa non sta funzionando. Cerca un po’ di sollievo nella notte e fa lunghe passeggiate, scende fino al porto antico, si infila nella folla del Suq. Torna e guarda la televisione fino a tardi. È taciturno, essere ripiombato, dopo tanti anni, nella situazione di partenza, senza un lavoro e una casa che possa dirsi tale, lo angoscia.

Lo osservo, è un uomo di quasi quarant’anni che del ragazzo della spiaggia conserva intatti i valori e una incrollabile fiducia nella bellezza della vita e delle persone. È un uomo saggio. Ha un amico che vive in Sardegna che a volte lo chiama e gli chiede di parlare con suo figlio adolescente.

“Perché tu Àdama sai trovare le parole giuste” gli dice. Ha dimostrato a se stesso, alla sua famiglia, a chiunque abbia avuto a che fare con lui, di essere un lavoratore affidabile. Ha affinato delle capacità, si è fatto benvolere nei posti dove ha lavorato.

E ora deve ricominciare da capo.

Lo osservo e cerco di avvicinarmi alla sua angoscia. Parliamo e gli offro di nuovo ospitalità a tempo indeterminato. “Ti ringrazio Emi ma non posso accettare. Tu sai che mi piacerebbe tornare a Genova ma starò bene anche nella città dove vivo adesso, la gente è gentile e c’è il mare, per me è importante. Devo solo aspettare di trovare un lavoro e poi cambierò casa. Allora le cose andranno meglio. Domani andrò via perché ho pensato che se mi chiamasse la cooperativa che potrebbe darmi un lavoro, non riuscirei a presentarmi in tempo perché il viaggio è lungo. E poi…sto bene qui con voi ma il Ramadan, credimi Emi, è meglio se lo faccio con i fratelli”.

Prepara il borsone con il quale è arrivato, un borsone pieno di roba. Mi chiedo la ragione di un bagaglio così grande, forse non ha voluto lasciare le sue cose in una casa porto di mare dove i confini tra i beni degli uni e degli altri sono incerti, forse ha accarezzato l’idea di restare con noi a lungo, perfino di trasferirsi perché sapeva che glielo avremmo proposto.

D’improvviso mi attraversa il pensiero che senza i ragazzi in casa lui si senta solo. Ha visto Andrea che lavora al Suq ma Zenebech ed Eleonora sono all’estero, Tilahun compare ogni tanto ma ha un lavoro estivo fuori città.

Ci abbracciamo e gli dico: “Promettimi che se le cose non dovessero migliorare, verrai qui”.

“Te lo prometto, Emi”.

La sera ricevo un messaggio: sono arrivato. Penso che da qualche ora avrà rotto il digiuno, durante il viaggio, con i biscotti e la bottiglietta d’acqua che gli ho infilato nello zaino. Penso che sarà appena entrato nella casa stipata di gente e che si sarà seduto con loro per una cena che durerà quasi tutta la notte. Lo immagino mentre conquista il suo letto scavalcando altri letti con persone addormentate o mentre aspetta il suo turno per il bagno. “Sono tutti più giovani di me – mi ha detto – sono ragazzi com’ero io”. Allora penso che ci siano almeno due ragioni che gli permettono di sopportare il disagio di vivere in questo modo: spende poco e con può mandare a casa i soldi della disoccupazione, la vicinanza così stretta con altre persone, che costituiscono una specie di famiglia temporanea, gli ricorda la sua infanzia a Joal quando per alzarsi e andare ad aiutare il padre al mattino presto doveva passare tra le sorelle che dormivano e quando mangiavano erano in tanti, tutti insieme, spalla a spalla, a portata di mano, con i corpi vicini, gli odori mischiati, le risate e le parole intrecciate nell’aria. Un tempo bellissimo, quel tempo a Joal.

QUINDICI

“Vengo in macchina – mi informa Àdama – il 24 dicembre. Il viaggio è lungo, arriverò la sera. Voglio portarvi un regalo”.

Arriva, apre il bagagliaio della macchina e solleva uno per volta due pesanti cassoni chiusi con un coperchio. Solleviamo il coperchio e scopriamo che sono pieni di ghiaccio e di frutti di mare. Mentre ci dà una mano a sistemarli in frigo racconta che ha trovato lavoro in una cooperativa che prepara e imballa il pesce per la distribuzione. Lavora in porto, in uno spazio gelido. Il personale si protegge con cerate e stivali ma al termine della giornata di lavoro tutti sono sempre fradici e infreddoliti. Lavora molto, ha un contratto, è abbastanza ben pagato.

Ceniamo con le capesante gratinate. Àdama non le ha mai assaggiate, dice che ha la possibilità sia di prendere il pesce e i frutti di mare che avanzano, sia di comprarli sottocosto. Spesso ne regala ai vicini perché non fa in tempo o non sa come cucinarli. “Devi fare un patto con i vicini – gli suggerisco – quando tu porti il pesce loro devono darti una porzione di quello che cucinano. Mi sembra inaccettabile che non te lo abbiano ancora proposto”.

Parliamo e lui prende dal piatto di portata altre due capesante. Mi passa davanti agli occhi l’immagine di me stessa intenta a spruzzare di vino bianco le capesante. “Àdama – gli dico dispiaciuta – scusa ma non ci ho proprio pensato. Cucinando ho usato un pochino di vino bianco, la ricetta lo prevede e io proprio non mi sono ricordata”.

Riflette qualche secondo e poi dice con dolcezza: “Non preoccuparti, me lo dici ma io non ti ho visto quindi non potevo saperlo, non era certo nella mia intenzione bere quel pochino di vino. In più il vino cuocendo evapora. No, non è peccato”. Tuttavia non termina il cibo che ha nel piatto.

È stato il Natale dei frutti di mare, Àdama ha pensato alla nostra famiglia numerosa ma ha perfino esagerato con le quantità. Tornava a casa, ho pensato, e voleva arrivare con un bel regalo, un regalo trionfale. Come fa quando va a casa in Senegal.

Siamo casa per lui. Si vede da molte cose, più che in altri momenti. Gli ho preparato il letto nello studio di Renato in mezzo ai libri. Mi dispiace non potergli dare una stanza più comoda ma a Natale siamo al completo, gli dico. “Emi, che problemi ti fai? Dormire è facile, basta un letto”.

La sera guarda la televisione sdraiato su un divano, è un instancabile e onnivoro consumatore di film. Commenta da alta voce, ride, fa posto a uno dei nostri cani che pretende il suo angolo di divano. Ha portato una camicia bianca l’ha appesa con cura nell’armadio, è la camicia per la mattina di Natale. Si ammorbidisce i dread e lega a una ciocca di capelli un sottile filo con due perline bianche. “Sei elegante” gli dico.

Arriva Andrea, si stringono forte la mano tirandosi l’un l’altro in modo da trovarsi spalla contro spalla. Il saluto dei fratelli africani, il saluto per Andrea e, naturalmente, per Tilahun.

Ci siamo tutti, la nonna, Betta con Linda, quest’anno c’è anche un’amica iraniana.

A metà pranzo Àdama si alza e sparisce, dopo poco ritorna, si è tolto la camicia elegante, si è rimesso i suoi abiti pratici, ha indossato il giaccone e armeggia con il cellulare. “Àdama! Hai freddo o stai per uscire?”

“Esco, ho bisogno di camminare e voglio andare a vedere se c’è un mio amico che abitava in via Prè. Sto cercando il numero ma credo di non averlo più”.

Saluta con un cenno della mano gli altri ancora intorno al tavolo ed esce.

“Che modi – commento con mia sorella – non abbiamo ancora finito il pranzo, gli salta in testa una cosa e se ne va così?”

“È vero – dice Betta – ma prova a pensarci, si comporta come chi si sente libero di essere se stesso. Un altro figlio. Qui è casa per lui”.

“Forse – aggiunge più tardi – non è andato a cercare un amico ma una tipa che vedeva quando stava qui. Chissà?!”

La casa che ricordava, in via Prè, dove abitava il suo amico, non esiste più, dice Àdama. Si è perso nel centro storico sperando di incontrare per caso qualcuno che conosce ma è il giorno di Natale e le persone per strada sono poche.

La sera, ride senza freno guardando un film di Totò. Ha una vera passione per Totò, di alcuni film sa perfino delle battute a memoria.

Preparo insieme a lui una borsa di provviste da portare via, il pesto non può mancare. “Ti ricordi, mi dice, che ogni volta che me lo davi quando stavo qui e anche quando abitavo a Milano, dicevi: così lo hai per un po’ di giorni e mi spiegavi come conservarlo? Io arrivavo a casa e lo mangiavo subito in pochissimo tempo, lo spalmavo perfino sul pane”.

Accade con lui, come con i miei figli, che i momenti in cui si fa insieme qualcosa di semplice e concreto – preparare una borsa di provviste – diventino spazi di confidenza. Àdama mi parla di una ragazza, molto giovane – poco più che ventenne – gli è stata presentata dalla più vecchia delle sue sorelle, la più autorevole in famiglia dopo la morte della madre. “È davvero molto giovane” dico cercando di mantenere asciutto il mio commento, non voglio offenderlo. “Lo sai – dice lui serio e con un breve sospiro – da noi è diverso. È una brava ragazza, studia. Forse potremmo sposarci”.

“Forse? Non sei convinto?”

“Emi, sono stanco di essere solo – dice con un sospiro ma si scrolla alla svelta la malinconia di dosso – Se andrò in Senegal per sposarmi dovrete venire tutti con me!”.

Parte alle cinque del mattino, io e Renato ci svegliamo per bere un caffè con lui e salutarlo. Gli faccio le ultime raccomandazioni: cerca subito una casa dove vivere decentemente, non mandare tutti i soldi ai tuoi fratelli se non ne hanno bisogno per vivere, pensa anche a te stesso, finché sei solo la tua famiglia sei tu, devi accudire te stesso, cercare di vivere bene. Vai da un dermatologo per quella pelle cotta dal freddo, fatti prescrivere una pomata adatta. Mandaci i dati per controllare se ti hanno dato la cittadinanza che sarebbe anche l’ora dopo vent’anni che questo è il tuo paese. Guida con prudenza, Àdama, e telefona quando arrivi.

Ci abbraccia, stringendoci al petto tre volte.

 

Epilogo

La storia termina a questo punto, l’amicizia va avanti. Io, la mia famiglia e Àdama aggiungeremo nuovi capitoli, festeggeremo quando lui otterrà la cittadinanza italiana, lo rivedremo per il Festival Suq e per Natale, dice che quando troverà una casa ci inviterà e chissà se finiremo per andare a Joal a un matrimonio.

Ho pubblicato sedici brevi capitoli divisi in 32 post per sedici giorni, due volte al giorno.

Grazie a chi ha avuto la curiosità, il desiderio e la pazienza di leggere.

Grazie a chi ha commentato.

Le storie normali sono importanti.

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Anche se sono storie normali, raccontatele.

 

Leggi tutta la storia di Àdama.

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