Adama – Parte 3 di 4

 Àdama

Una storia normale

Illustrazione di Giulia Pastorino per Adama

NOVE

Non fu un’estate di desideri realizzati. Il mio braccialetto non si spezzò. La ragazza di Àdama non lo trattenne nemmeno quella volta.

Anche il passaggio dell’inverno, quell’anno, non ci lasciò nulla di buono. Àdama non poté mantenere i suoi buoni propositi e andò a vendere nelle strade, fu fermato e prese anche una multa pesante. Non potevamo far altro che guardare avanti e sperare nell’estate.

Una telefonata. “Ciao Emi, sto quasi per partire e non volevo andare via senza salutarti”.

“Àdama! Dove vai? Quando hai deciso?” d’improvviso mi accorgo di aver timore che vada via per sempre, sento già pungere la spina del senso di colpa: non ho fatto abbastanza per lui. I giorni, i mesi, volano e noi viaggiamo veloci su un binario sicuro. Gli siamo amici, lo aiutiamo ma in fondo, penso, è un po’ come se lo guardassimo dal finestrino mentre passiamo.

Ci pensa lui a mitigare la mia severità: “Volevo dirti che vi ringrazio per tutto quello che avete fatto per me e soprattutto per la vostra amicizia. Siete una famiglia per me”.

Va via per sempre, torna a Joal, penso.

“Ma, dove vai?”

“Vado in Calabria a fare la raccolta dei pomodori, parto con altri senegalesi. Staremo via un paio di mesi o forse di più se ci sarà altro lavoro”.

Respiro. Non so ancora di sbagliare a sentirmi sollevata.

“Àdama, telefona ogni tanto, soprattutto se sei in difficoltà, se hai bisogno di qualcosa”.

Vado al supermercato e incontro il giovane marocchino che mi vende sempre i fiori, che si ricorda che mi piacciono le fresie, che scambia volentieri due parole con i bambini. “Non ci vedremo per un po’“mi informa.

“Davvero? Vai a casa?”

“No, vado a lavorare in Calabria, per la raccolta dei pomodori.”

“Andate tutti in Calabria?”

“C’è molto lavoro, dicono. Si può guadagnare bene in soli due mesi”. Speriamo sia così come dicono.

Le telefonate di Àdama dalla Calabria sono rare: si lavora tanto, fa caldo, sto bene ma ora dimmi come state voi, come stanno i bambini.

Un giorno, la sua voce è più scura, lo tempesto di domande e finalmente mi dice cosa gli sta succedendo: “Emi, ci trattano come bestie. Dormiamo tutti in un capannone in aperta campagna, la notte ci chiudono dentro, c’è buio e non c’è il bagno. Al mattino aprono presto, lavoriamo. Nella giornata ci danno a turno il tempo di andare in paese a prendere un caffè. Dobbiamo andare a piedi la strada è deserta e mentre camminiamo troviamo sempre dei ragazzi che ci seguono in moto e ci tormentano. Ci dicono: negro, dove vai negro? Come stai negro? Ehi negro?”

Ascolto, arrabbiata e impotente. “Àdama, vieni via da quel posto. Non importa se il periodo di lavoro non è concluso tanto sono sicura che non hai in mano un contratto. Non ti pagheranno ma non importa, vieni via e ti cercheremo di nuovo qualcosa qui. Vieni via. Come fai a sopportare di essere trattato così?”

“Emi, posso ancora sopportare. Ci hanno detto che alla fine possiamo andare a lavorare per loro da un’altra parte ma io non andrò. Tornerò a Genova ma per un po’ posso resistere”.

“Chi è questa gente che ti fa lavorare? Chi è stato il tramite?” chiedo con l’idea di mettere in movimento qualcuno, l’ufficio immigrati, la polizia, un avvocato. Non mi sono mai trovata così vicino a situazioni del genere e non so cosa si debba fare.

“No, non te lo dico. Non voglio crearvi problemi. Me la caverò”.

Non mi dice nemmeno esattamente il posto dove sta lavorando.

Me lo dice qualche anno dopo, quando rievochiamo il passato che è davvero lontano. Era vicino a Rosarno.

“Un giorno ero per strada, un ragazzo si è avvicinato e mi ha sputato addosso. Io ho sentito la rabbia esplodermi dentro però l’ho guardato con attenzione e ho visto che teneva una mano sotto il giubbotto. Allora ho pensato che fosse armato e che, se aveva fatto un gesto cosi, voleva provocare ed era pronto a spararmi. Allora sono rimasto calmo, mi sono pulito e ho continuato a camminare”.

Non si può dire: gli italiani sono razzisti.

Perché?

Perché non tutti lo sono.

DIECI

Poi succede che Àdama trova un altro lavoro in un’impresa di materiali per l’edilizia, cemento, mattoni e altro. Un lavoro pesante tra gente di cuore. I colleghi lo aiutano, lo invitano a pranzo la domenica, qualche volta va allo stadio a vedere le partite del Milan. Abita sempre nello stesso posto ma ci sta bene, dice, e l’affitto non è alto. Nello stesso palazzo abita una signora anziana che vigila su di lui e gli dice di andare dal medico quando ha l’influenza, anche lui vigila su di lei, la saluta al mattino e alla sera, le porta la spesa. Nella tessa strada c’è un bar, a volte va a vedere la televisione o a bere un caffè: “Se mi accorgo che qualcosa non va, che c’è qualcuno che ha voglia di litigare, che è infastidito dalla mia presenza allora vado via, non voglio problemi. Mi chiudo in casa.”. “Ma perché? – chiedo – succedono delle cose? Ti provocano”.

“Ma no, non arrivò mai a quel punto. Non fanno in tempo a provocare”.

Sospirò cercando di immaginare le situazioni. Lui mi invita a non preoccuparmi. Ha preso la patente e ha preso una macchina usata, la sta pagando a rate.

Succede che muore suo padre e lui rimpiange di non essere mai più tornato a casa per vedere ancora una volta quell’uomo che chiudeva un messaggio in un’audiocassetta: ritorna figlio mio.

Àdama ascolta ogni giorno la voce di suo padre, quel che gli resta di lui.

Comincia a mandare soldi a casa, per il funerale del padre, per aggiustare la casa della madre, per far studiare i nipoti. Mangia riso bollito, beve tè, non si compra nulla e manda i soldi a casa.

La sera parla al telefono con la ragazza sarda. “Mi piacerebbe che venisse qui, potrebbe aprire un negozio come quello che ha in Sardegna. Cercherei un appartamento per noi due, credimi, lo farei. Mio padre aveva due mogli ma io qui ho capito che è meglio costruire una relazione con una sola donna. Laggiù è diverso. Mia madre era la moglie più vecchia, io sono il più giovane dei suoi figli, poi ho altri fratelli più piccoli che sono figli della moglie più giovane. Lei è una donna intelligente, ha sempre rispettato mia madre, avranno d’accordo. Ma io voglio vivere in un altro modo”.

Ci sentiamo una volta al mese, comincia a parlare della ragazza sarda come di un’amica e io non gli chiedo nulla. Poi non ne parla più.

A un certo punto ci perdiamo, per un po’.

 

 

 

 

L’ho chiamato, qualche volta, ma scattava subito la risposta di numero inesistente. Volevo dirgli che quando il braccialetto si era rotto avevamo completato la pratica di adozione e che, allora, non gliene avevo parlato perché sapevo che l’attesa sarebbe stata ancora lunga. Volevo dirgli che nella nostra famiglia ora c’era una bambina, Zenebech. Volevo raccontargli che era forte e generosa e che il suo nome raccontava della pioggia che benedice la terra.

A un certo punto ho rinunciato pensando che capita spesso nella vita di fare soltanto un pezzo di strada con persone alle quali vogliamo subito bene, in modo naturale. Resta il fatto di essersi incontrati. A volte pensavo: cosa starà facendo? Sarà ancora in Italia o sarà tornato a Joal? Starà bene?

Poi, in casa nostra ha avuto inizio la tempesta perfetta.

Tutto quello che avevamo costruito nel corso di tanti anni vacillava e si scardinava sotto l’azione di un vento impetuoso. Io e Dino ci siamo lasciati con dolore e con rabbia, con i sentimenti che accompagnano le tempeste. Che poi si placano. E quando si placano ci si accorge che non tutto si è scardinato, i nostri figli hanno sofferto ma hanno attinto alla loro profondità trovando risorse preziose che erano la traccia concreta di quello che avevamo vissuto prima della tempesta.

La famiglia si è allargata ai nuovi compagni e a un’altra bambina. Un lavoro lento e paziente di ricostruzione e trasformazione.

E Betta è diventata mamma, la piccola Linda è arrivata in una giornata di tramontana scura in cui cadevano gli alberi, e non è un caso che si sia visto ben presto che è una bambina con i piedi ben piantati per terra.

Dopo cena rimaniamo a tavola a parlare con i nostri figli, i miei tre e la figlia di Renato, Eleonora. Commentiamo una notizia che li ha colpiti, il naufragio davanti alla Sicilia di una nave di immigrati. Una nave della speranza. Proviamo a spiegare i fatti, a decifrare la realtà, a comunicare il nostro pensiero. Mettiamo sul tavolo le parole di rito, consuete e tradite, usate e abusate: accoglienza, asilo, integrazione, multiculturalità. Andrea frequenta il liceo, è già abbastanza grande da avere idee personali ma non entra nella discussione, è un tipo di poche parole. Ascolta. Tilahun e le bambine chiedono e affermano. Poi si stancano, la discussione si chiude. Noi siamo soddisfatti di aver fornito qualche – sia pure parziale – risposta alle loro domande. Mi sposto sul divano a leggere un libro, alzo lo sguardo e vedo Andrea fermo, in piedi, davanti a me. “Comunque – il tono è di chi ha qualcosa sul gozzo che non va giù – tu parli parli, sei di sinistra, fai questi bei discorsi sull’accoglienza pero ne conoscevamo uno, era diventato un nostro amico e non l’hai più cercato. Tanti discorsi e poi guarda nemmeno con uno abbiamo saputo mantenere un legame”.

Rimango a bocca aperta, sbigottita, impreparata a quell’attacco frontale. Non parlo per qualche minuto ma sostengo lo sguardo di rimprovero di mio figlio. Vorrei abbracciarlo per quello sguardo ma non lo faccio perché detesta le smancerie. Non devo sbagliare risposta, non devo spiegare, cercare scuse. Lui mira dritto all’ essenziale. “Hai ragione” gli dico.

 

Al suo vecchio numero ha risposto un altro, per fortuna era un suo amico così ho ottenuto il nuovo numero e ho finalmente chiamato Àdama. “Prendo il treno e vengo a Genova” mi ha detto.

Inverno. Mercoledì pomeriggio. È già quasi buio quando esco dalla mia lezione, ci siamo dati appuntamento in piazza Campetto. Io sono un po’ in ritardo e mentre imbocco Vico Casana lo chiamo: “Sto arrivando, sono in Vico Casa a, tre minuti non di più”.

Mi viene incontro e a metà del vicolo ci vediamo, ci abbracciamo e siamo così contenti che restiamo abbracciati e ridiamo. Qualcuno si volta a guardarci, sorride.

Io ho i capelli più corti, lui invece li ha più lunghi, con i dread. Mi sembra più magro di allora ma nell’insieme ha un aspetto curato e su una spalla vedo il solito zainetto nero.

Ci sediamo in piazza Soziglia per bere un tè e raccontarci il tempo che non abbiamo condiviso.

Lavora sempre nella stessa impresa, ha finito di pagare la macchina ma gli è arrivata una vecchia multa, un po’ impegnativa, presa quando lavorava per strada. A casa non è più andato però è andato a trovare la sua amica sarda. Gli racconto della separazione e di come è cambiata la mia famiglia, non so perché temo che per lui sia difficile capire. Ascolta con attenzione e alla fine dice, dopo aver riflettuto: “Sono contento se ora stai bene.”. Poi mi chiede di salutargli Dino, dice che gli piacerebbe incontrarlo. Non vede l’ora di conoscere Zenebech e la figlia di Betta. Vuol sapere di Andrea e di Tilahun. “Sai – mi dice – ho avuto dei problemi con il cellulare e ho perso tutti i numeri. Ero disperato, volevo chiamarti ma non sapevo come fare. Quando c’è stata l’alluvione mi sono preoccupato per voi, vedevo le immagini della città in televisione e mi avvicinavo al video per cercare di riconoscere le strade e i palazzi e capire se si trattava del zona dove abitavate voi. Così un giorno ho preso il treno e sono venuto a Genova, ho preso l’autobus a Principe e sono sceso davanti a casa vostra. Sul citofono non c’era il vostro nome allora ho suonato a qualcuno che mi ha detto: non ci sono, non abitano più in questo palazzo”.

“Àdama, dopo la separazione ho traslocato”.

Il suo zainetto nero è posato per terra vicino alla sua sedia, è aperto e qualcosa attrae il mio sguardo, un libro con fogli, foglietti, biglietti del treno e ritagli di giornale tra le pagine. Àdama allunga una mano e lo afferra, lo posa sul tavolino.

Lo riconosco: Le Petit Prince.

UNDICI

Il Natale è una festa cristiana ma è sentito e vissuto come una festa della famiglia, anche da atei e agnostici. Per tradizione o grazie a un’operazione di marketing che risale alla notte dei tempi della società dei consumi o forse perché si sente l’esigenza di un’occasione di grande forza simbolica per riunirsi con i famigliari mettendo insieme, se possibile, più nuclei: i nonni, gli zii e talvolta i nuclei che compongono la famiglia allargata e ricostituita.

Dopo aver ritrovato Àdama ho pensato di invitarlo a casa nostra per il Natale.

Avere un ragazzo musulmano al nostro pranzo di Natale comporta un’attenzione in più, così come si è rispettosi dei gusti, delle diete e anche delle predilezioni per un cibo o per un altro di tutti i componenti della famiglia, occorre pensare prima di elaborare il ripieno per i ravioli o i tortellini, prima di comprare i salumi e decidere gli antipasti, prima di scegliere le bevande.

Lui non ha chiesto nulla ma io, Betta e nostra madre non abbiamo trascurato alcun dettaglio.

Il nonno – nostro padre, nonno dei nostri figli – era già anziano e sul confine di uno spazio in cui tutte le nozioni e i ricordi si sarebbero velocemente mescolati come in un caleidoscopio che ci offre immagini secondo un casuale, misterioso criterio compositivo.

“Àdama, ti verso un po’ di vino?” chiede il nonno.

Àdama sorride: “No, grazie. Non bevo vino”.

“Ma come? Solo acqua? Fa male bere solo acqua. Sai chi era astemio? Stalin!”

“Mi dispiace, grazie ma bevo acqua”

“Papà – interviene Betta – Àdama non può proprio bere vino, è musulmano”.

Lui si rassegna ma dopo un po’ dimentica l’informazione e torna alla carica: “Un po’ di vino? No? Ma nemmeno a Natale?”

Àdama è seduto vicino a lui e lo guarda con gentilezza. Ha portato in dono un panettone e ha detto: “Per i tuoi genitori “. Ha un grande rispetto per le persone anziane.

Si sofferma sul nostro presepe che ha due bambinelli, uno bianco e uno nero. Gli racconto che quello nero è stato il regalo di un amico napoletano, appassionato di presepi, che pensava che la natività con i due bambinelli rappresentasse meglio la nostra famiglia.

Osserva Linda deliziato, ogni gesto della bimba gli strappa un sorriso. Ascolta a bocca aperta Renato che racconta la serie di Fibonacci ai ragazzi come se si trattasse di una favola. Chiacchiera con Andrea e con Matteo, il papà di Linda, tutti e tre escono sul terrazzino a fumare.

“Àdama, fumi?” mi stupisco, è una novità rispetto al passato e anche una trasgressione alla sua morigeratezza. Ride: “Cosa vuoi farci, Emi, ho cominciato e ormai ho il vizio. I miei colleghi fumano tutti, quando ci fermiamo qualche minuto dal lavoro, nel cantiere c’è un freddo che anche solo fumare una sigaretta scalda”.

Andrea è contento, è andato a prenderlo in macchina in stazione e lo riaccompagna in tempo per riprendere il treno per Milano. “Ti ricordi, Andrea, quando mi chiedevate: quando nuoti con noi? Io rispondevo domani, nuoteremo domani. E poi finalmente il giorno è arrivato?”.

Andrea risponde con il suo mezzo sorriso e un piccolo movimento della testa. Si ricorda, è proprio perché si ricorda che oggi Àdama è con noi.

È diventata una tradizione famigliare: Àdama trascorre il Natale con noi.

Abbiamo dovuto rinunciare a lui soltanto una volta perché era ammalato.

Il momento più bello è quando arriva, prende un treno al mattino presto e scende alla stazione Principe dove trova ad aspettarlo Andrea o Tilahun o Renato.

C’è sempre, la mattina di Natale, una specie di bolla di sospensione dai preparativi per il pranzo, beviamo il caffè o la cioccolata, tagliamo un pandolce, ci scambiamo i regali e due chiacchiere. Ecco, Àdama arriva in quel momento. Beve il caffè con noi e immancabilmente capita che aggiunga al racconto della sua vita un frammento che ancora non conosciamo. È come se il rito del caffè insieme dopo sei mesi o un anno che non ci vediamo non possa compiersi senza una narrazione.

“Mio padre ci svegliava a volte in piena notte: svelti, bisogna andare a pescare! Io mi alzavo stropicciandomi gli occhi e avevo sempre freddo, solo il pensiero di mettere i piedi nell’acqua mi faceva venire voglia di tornare a dormire. Ma non si poteva, così lavoravamo fino all’alba, io e i miei fratelli”.

Racconta un’infanzia serena, parlare della sua famiglia numerosa è un modo per non sentirsi troppo lontano. I ricordi prendono forma e colore davanti a noi e dopo averli offerti alla nostra immaginazione, Àdama rimane in silenzio, guarda il fondo di caffè, si lascia sfuggire un breve sospiro. Poi ritorna al presente, scherza con i ragazzi, aspetta l’arrivo di Linda. Gli piace constatare quanto i più piccoli della famiglia siano cresciuti, chiedere della scuola, gli piace essere partecipe.

Linda ha una bambola che piange che diverte molto Àdama e ancora di più lo diverte la piccola guerra che Matteo ingaggia con la bambola e quindi con sua figlia: sottrae le pile, cerca di dare tregua al pianto, se possibile di soffocarlo per sempre. E Linda reagisce, protesta, rivendica i diritti della sua bambola. A fine pranzo Linda e la nonna sfogliano un libro illustrato, Àdama è vicino a loro e quando vede la figura di un leone dice: “Sai Linda, dove vivevo io ci sono i leoni”.

“Davvero?” Linda lo guarda ammirata.

“Se vuoi, Linda – continua Àdama – una volta andiamo tutti insieme in Africa e vi porto a vedere i leoni”.

Linda annuisce con forza, certo che vuole. Poi si sposta, viene vicino Betta e a me, sfogliando con noncuranza il libro sussurra: “I leoni sono feroci. Ci può andare lui, se vuole, a vederli. Io non ci vado”.

Àdama sente e ride, intanto riposiziona le pile dentro la bambola che piange.

DODICI

È tornato a Joal dopo tredici anni di assenza.

“Sai, sono andato a casa. Ho trovato tutti più vecchi o più grandi, ho conosciuto i miei nipoti. Il più grande dei miei fratelli è quasi anziano e lavora sempre sulla barca, tutte le notti, non fa che lavorare. Mia madre è stanca, ha avuto tanti figli, li ha fatti crescere, ha portato pesi, anche lei aiutava quando mio padre arrivava con il pesce. Le mie sorelle la aiutano, una di lamenta ma io le ho detto: non devi lamentarti, è tua madre, lei ha fatto tutto quello che doveva per te e per noi. Mi dispiace essere lontano, a Joal ho passato quasi tutto il tempo con mia madre, ho paura del giorno in cui non la vedrò più”.

Àdama vive con i piedi nel presente e lo sguardo sul passato, sulla vita a Joal. Da tempo ha smesso di parlare del furgone frigorifero che vorrebbe comprare, non lo sento mai parlare di futuro.

Ha una voglia di famiglia che lo avvolge come una nuvola impalpabile ma persistente nel modo in cui osserva Linda, nel sincero interesse per la vita dei ragazzi che crescono. Credo che con la sua amica sarda abbia mantenuto un legame fatto ormai soltanto di lunghe telefonate notturne. A volte indago per capire se gli capitino occasioni di conoscere donne ma ogni volta confermo la mia sensazione che la sua vita sia molto solitaria.

“Àdama, devi trovarti una fidanzata” gli dico, assumendo il ruolo di madre invadente che – a sentire i miei figli – mi è congeniale.

Lui, quando faccio così, è quasi contento. “Lo so, Emi. A Joal anche mia madre e le mie sorelle hanno detto così e, sai com’è da noi, tutti i giorni invitavano a casa delle ragazze a conoscermi. Ho bevuto non so quante tazze di tè con altrettante ragazze. Una fatica. Alla fine non ho deciso, mia sorella si è arrabbiata. Però devo dirti, Emi, che è un problema perché queste ragazze pensano che io sia ricco solo perché vivo in Europa da tanti anni. La ragazza che sposerò deve sapere che se viene con me dovrà lavorare e sarà dura per lei fare una vita faticosa lontano da casa”.

Mi mostra una fotografia: lui insieme a una ragazza non giovanissima, forse solo di qualche anno meno di lui, molto bella. Sorridono.

“Ho passato un po’ di tempo con lei, alla mia famiglia non piace, pensano che sia vecchia per me. Le ho telefonato qualche volta ma quando torno qui mi sembra impossibile riuscire a fare questa cosa, far venire una ragazza che non riesce nemmeno a immaginare come si vive qui, fare dei figli. Anche se mi piacerebbe”.

“Àdama, perché non ti guardi un po’ intorno qui? Non vivi nel deserto, ci saranno delle ragazze senegalesi anche a Milano! Ci sarà una comunità di senegalesi, cerca di allargare le tue frequentazioni” insisto con l’invadenza.

“Qualche volta vado a ballare in locali di senegalesi ma le ragazze libere non ci sono, quasi tutte arrivano perché si sposano con un senegalese che è già qui”.

“Allora perché non provi a prendere in considerazione il vasto mondo femminile invece di limitarti alle donne senegalesi? Stavi bene con la ragazza sarda, no? Sei un bel ragazzo, intelligente, bravo, troverai una ragazza italiana in grado di apprezzare queste cose, ne sono sicura. Devi proprio sposare una senegalese?”

Ride: “Hai ragione, Emi. Hai ragione” dice ma sento che non è convinto.

Quando le condizioni di salute di sua madre peggiorano, io e Àdama andiamo insieme in un’agenzia di viaggi per prenotare un biglietto aereo.

“Le farò una sorpresa – dice – non avvertirò nessuno”.

“Non mi sembra una buona idea, sono tanti anni che non ti vede e sta male, rischi che le venga un infarto”.

Invece la madre ha urlato di gioia e ha chiamato subito tutti i vicini, in pochi minuti la casa era piena di gente, mi racconta al telefono.

Un mese a Joal. “Sai – mi dice al ritorno – quando vivi lontano e lavori soltanto, dopo un po’ ti chiedi il perché di tanta fatica e ci sono giornate che vorresti mollare tutto. Però se ogni tanto puoi andare a casa, allora ti ricarichi e puoi ricominciare da capo. Io ho visto che con i soldi che mando hanno aggiustato bene la casa e mia nipote si è sposata, abbiamo fatto una bellissima festa e mio fratello ha preso una barca più grande e sicura. Sono contento”.

È tornato con dei progetti, gli hanno detto che se portasse in Senegal motori di automobili, pezzi di ricambio, gomme, li potrebbe vendere, gli hanno detto che sarebbe un guadagno sicuro.

Per un po’ di tempo accarezza questo progetto, Dino lavora nel settore logistico e prova a immaginare una attività ma la crisi incombe e alla fine gli consigliamo di tenersi stretto il suo lavoro a tempo indeterminato senza buttarsi in un’avventura per la quale non sembra tagliato. Già allora, quando ci siamo conosciuti sulla spiaggia della Sardegna, si vedeva che non ha la stoffa del commerciante.

Poi muore sua madre, deve contribuire al funerale. Resta per un po’ in silenzio, ha bisogno di vivere il lutto. Quando ci risentiamo a mettere su un’impresa commerciale non ci pensa più però sa che prima o poi vuole tornare a vivere in un posto sul mare. Credo che abbia preso coscienza di questo suo bisogno profondo proprio nel momento in cui ha realizzato che non avrebbe mai più rivisto sua madre.

Leggi tutta la storia di Àdama.

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